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17/07/2007
Riforma della previdenza

PROGETTO DI LEGGE DELEGA IN MATERIA DI Previdenza Sociale Obbligatoria Minima e Complementare Volontaria
 
PREMESSA – SITUAZIONE
 Attualmente il sistema previdenziale italiano poggia su due pilastri:
1.             la previdenza pubblica obbligatoria
2.             la previdenza integrativa facoltativa collettiva e privata.
Il sistema pubblico presenta un significativo disequilibrio attuariale e una incapienza dei contributi versati rispetto alle prestazioni erogate.
E’ nota la previsione di sempre maggiore peso sulla fiscalità generale del sistema pensionistico che il deficit generato dalle regole previdenziali attuali comporterà nei prossimi decenni a motivo della dinamica delle componenti attive in età lavorativa della società e dell’allungamento dell’aspettativa di vita.
Per controbilanciare il previsto deficit onde non compromettere la tenuta dello Stato, occorre che la popolazione italiana che beneficia dell’allungamento della vita attesa e del significativo miglioramento delle condizioni della stessa, accetti un corrispondente aumento del tasso di attività o di risparmio previdenziale.
In merito alla regolamentazione delle situazioni contributive e degli “ammortizzatori sociali”: si propone che tutti gli istituti che non hanno il carattere previdenziale propriamente detto (pensioni) vengano mantenuti nell’ambito INPS e finanziati dalla fiscalità generale, fino a realizzazione del piano di riordino degli Enti.
Si deve tenere presente che con le proposte che si intendono attuare si pone fine al cosiddetto “contratto sociale generazionale” personalizzando per ciascuno il rapporto contributo/previdenza.
 
 LA SOLUZIONE CHE PROPONIAMO
Definire la pensione quale semplice REDDITO DIFFERITO MUTUALISTICO
Cessazione dell'obbligo contributivo a fini pensionistici alle casse INPS
Favorire l’allargamento dei fondi pensionistici complementari negoziali (da CCNL di settore) e aziendali.
Mantenere i fondi pensione aperti quale forma di previdenza minima obbligatoria attraverso una gestione patrimoniale regolata e sorvegliata valido per tutti i settori che non hanno un fondo negoziale o per i lavoratori autonomi.
Libertà di adesione individuale a un fondo previdenziale privato in funzione complementare ad integrazione del livello pensionistico obbligatorio.
Sorveglianza e garanzia di gestione corretta attribuita ad una adeguata autorità di controllo.
Cogestione paritetica dei contributi previdenziali tra aziende e sindacati per fondi negoziali e/o aziendali.
  
COSTI E RISPARMI
Risparmi sui costi di gestione delle prestazioni previdenziali da parte dell'ente pubblico in particolare sulle Commissioni di Conciliazione dell'INPS.
Riduzione della struttura dell'INPS.
Previsione di un piano di esaurimento della funzione di gestione previdenziale da parte dell’INPS e accorpamento delle strutture che gestiscono le altre prestazioni (integrazione delle pensioni al trattamento minimo, assegno sociale, invalidità civili) nell’INAIL in altri enti già esistenti onde ottimizzare i costi gestionali.
Eliminazione a regime dei costi a carico della fiscalità generale.
Mantenimento dell’equilibrio del rapporto contributi/pensioni attese in ragione del coefficiente di aumento dell'aspettativa di vita per i lavoratori in età lavorativa.
  
VANTAGGI PER IL CITTADINO
Libertà di scelta individuale (in termini di piano previdenziale individuale)
Pianificazione personalizzata in funzione del rapporto contributi versati/trattamento previdenziale desiderato.
Possibilità di controllo dei costi e dei rendimenti della forma scelta e (se del caso) operare scelte alternative.
Età pensionabile scelta individualmente.
 
 RIORGANIZZAZIONE DELLE STRUTTURE GESTIONALI
Analisi e adeguamento delle strutture organizzative coerenti con il modello proposto
 
AVVERTENZE
Il presente testo deve essere letto tenendo presente le avvertenze riportate in calce alla pagina GRUPPI DI STUDIO del www. centrostudiliberali.it 
  
 
PROPOSTA DI LEGGE DELEGA
 Delega al Governo per la emanazione di UN DECRETO LEGISLATIVO sulla previdenza obbligatoria, sui fondi pensione derivanti dalla CCNL, sui fondi pensione aperti e sul riordino dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS) teso alla liquidazione dello stesso e al passaggio ad altre strutture delle competenze che esulano dal trattamento previdenziale obbligatorio
 
Art 1 ) Definizioni
 INPS: l’Ente nazionale per la previdenza sociale
Trattamento previdenziale: si considera la quota di reddito differito e cumulato, utilizzato per investimenti a lungo termine al fine di garantire nell’età non attiva un tenore di vita non manifestamente inferiore a quello goduto al termine del periodo di vita lavorativa (retribuzione-guadagno differito, mutualistico e attualizzato alla speranza di vita).
Fondi pensione [1 ndr ]:  sono lo strumento principale per la realizzazione di un sistema previdenziale privato, obbligatorio per la quota relativa al minimo uguale per tutti, e facoltativo per la quota eccedente il minimo e lasciata alla libera iniziativa dei singoli che potranno scegliere anche lo strumento della polizza previdenziale individuale.
 
Art 2  Principi
 Il Governo è delegato ad adottare , entro 18 mesi , un Decreto Legislativo, provvedendo alla relativa copertura finanziaria, recante norme intese a:
 
1.    liberalizzare l’età pensionabile
2.    eliminare il divieto di cumulo tra altri redditi da lavoro e reddito da pensione
3.    prevedere la progressiva cessazione dell’obbligo contributivo alle casse dell’INPS;
4.    per le posizioni contributive in essere prevedere un meccanismo, facoltativo, di trasferimento al fondo pensione prescelto dal lavoratore dei contributi versati all’INPS,. 
5.    Dare la più ampia possibilità al singolo assicurato di trasferire la propria posizione previdenziale da un fondo pensionistico all’altro.
per le nuove posizioni previdenziali sostituire il sistema previdenziale pubblico con un sistema di previdenza privato a capitalizzazione dei contributi versati volontariamente dai lavoratori a Fondi Pensionistici autorizzati da una adeguata autorità di controllo.
6.    garantire le posizioni pensionistiche individuali che non raggiungano lo standard minimo coerente col principio del reddito minimo garantito.
7.    garantire la totale deducibilità fiscale delle somme versate, con il limite di 50.000 € annui, alle forme pensionistiche private.
8.    Introdurre ilprelievo fiscale al momento della liquidazione della pensione  o del capitale cumulato.
 
 
Art 3 Previdenza minima obbligatoria. Fondi Pensionistici Collettivi
La previdenza minima obbligatoria, definita secondo parametri quantitativi coerenti con la delega recante principi in materia di Reddito Minimo Garantito, poggia:
1.             sui fondi collettivi creati dai soggetti rappresentativi dalle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro. La gestione di questi fondi è regolata dai contratti collettivi nazionali di settore.
2.             sui fondi pensione aperti gestiti da SGR o da forme assicurative similari.
 
 
Art 4 Forme previdenziali individuali (PPI)
Forme previdenziali integrative possono essere liberamente sottoscritte a titolo individuale. 
 
Art 5 Intervento dello Stato a garanzia della posizione previdenziale individuale
1.             Presso Istituto nazionale di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, ridenominato Ente Italiano per la Solidarietà Civile (ENISCI) sarà costituita una divisione che si occupa dell’intervento statale a tutela delle posizioni previdenziali individuali maturate che non raggiungono la soglia definita dal Reddito Minimo Garantito, come indicato dagli appositi decreti ministeriali previsti dal decreto legislativo attuativo della Legge Delega sul Reddito Minimo Garantito.
2.             Per tutti i soggetti privi di posizione previdenziale precostituita l’ENISCI garantisce il RMG, secondo le norme previste dall’apposito provvedimento legislativo.
3.             Tutti gli istituti che non hanno il carattere previdenziale propriamente detto (pensioni) vengano mantenuti nell’ambito INPS e finanziati dalla fiscalità generale.
 
Art 6 reversibilità e splitting contributivo
Il regime reversibilità non deve prevedere limiti ingiustificati alla libertà di contrattazione tra i fornitori di servizi previdenziali e i loro fruitori.
Deve essere prevista la possibilità per i titolari di posizione previdenziale presso un Fondo Pensione o una assicuratrice di contrattare forme di splitting contributivo a favore del coniuge che è privo di copertura previdenziale ma che presta la sua opera a favore della famiglia e dei figli.
Lo splitting contributivo consiste nella previsione che il coniuge sia beneficiario di un quota paritaria del trattamento pensionistico, pagata dai contributi del coniuge.
 
ART 7 Applicazione
Le norme relative alla presente Legge Delega saranno applicabili 12 mesi dopo la data di pubblicazione del Decreto Legislativo.
 Sono fatti salvi tutti i diritti acquisiti sino a tale data. Successivamente a tale data cesserà la maturazione di importi pensionistici calcolati con i sistemi abrogati ed in contrasto con tale Decreto Legislativo ed inizieranno a maturare i nuovi diritti definiti con tale Decreto Legislativo.
 
Il Decreto Legislativo , che dovrà abrogare quanto in contrasto o non coerente col contenuto di questa Legge Delega e dovrà contenere riferimenti ad altre leggi solamente se estremamente necessario o utile, prima della sua definitiva emissione , dovrà essere sottoposto alle competenti Commissioni Parlamentari per la approvazione di conformità .
Le pene per il non rispetto degli articoli del Decreto Legislativo verranno definite con coerenza al sistema di sanzionatorio vigente.

Informazioni
Nella situazione legale attuale,
sono gli strumenti tecnici individuati dal legislatore per realizzare la
pensione complementare, aggiuntiva rispetto a quella erogata dagli enti pensionistici obbligatori (Inps, Inpdap, ecc.). Lo scopo di un fondo pensione è quello di garantire prestazioni pensionistiche aggiuntive rispetto a quelle erogate dagli enti previdenziali obbligatori. Fino a qualche anno fa sono stati principalmente legati a specifiche categorie, come le banche e le assicurazioni, o a singole aziende che introducevano esperienze già realizzate in altri Paesi. In Italia non hanno ancora avuto un grande sviluppo, probabilmente perché finora la copertura del sistema previdenziale pubblico è stata più che buona. Chi ha cominciato a lavorare dal 1993 (data da cui ha preso avvio la riforma pensionistica obbligatoria), è il parere degli esperti, non potrà fare a meno di una forma di pensione aggiuntiva rispetto a quella dell'INPS. Per i giovani lavoratori la futura pensione pubblica non assicurerà un adeguato livello di vita. Si sta pertanto affermando l'introduzione dei fondi pensione anche in Italia, dove la normativa è stata recentemente ridefinita dal decreto legislativo n. 252 del 5 dicembre 2005, il cui articolo 21, 8° comma ha abrogato espressamente il precedente D.Lgs 21 aprile 1993, n. 124 fatto salvo per quanto previsto dall'art. 23, 5° comma, del D.lgs 252\05. Secondo la normativa italiana i fondi pensione possono essere: fondi pensione ad ambito definito (o fondi chiusi) i cui destinatari sono specifiche categorie di lavoratori (ad esempio i metalmeccanici, i chimici, ecc.) ovvero fondi pensione aperti ai quali possono accedere indistintamente tutti i lavoratori. I primi sono costituiti in forma di associazione e sono istituiti mediante la contrattazione collettiva, i secondi sono dei "prodotti" istituiti da banche, assicurazioni, Sgr e collocati presso il pubblico. Il fondo chiuso prevede il collocamento di numero limitato di quote rappresentative di un investimento(spesso immobiliare), terminato il quale non è più possibile la sottoscrizione di quote del fondo. L'assenza di un mercato secondario delle quote fra i vari acquirenti rende difficile una liquidazione anticipata delle proprie posizioni. Il guadagno che si può trarre da un fondo chiuso non deriva da una compravendita speculativa che punti ad un rialzo del valore delle quote comprate, quanto da una redditività sulle quote generata nel lungo periodo dal loro investimento. Accanto a queste due categorie ne esiste una terza: i PIP o FIP, polizze individuali pensionistiche sottoscritte da una singola persona.
(Tratto da Wikipedia: voce fondi pensione).

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 23:19 | link | commenti (1) |
previdenza

17/09/2006
Due tesori di Oriana Fallaci

Premessa.
Non permetterò a nessuno di liquidare Oriana Fallaci come "razzista" e anti-araba. Al contrario le parole della Fallaci sono quanto di meglio può servire alle masse arabe diseredate, stuprate, violentate, dai loro governi e dai capi spirituali del neo-islam che -se pure ha evitato che l'islam entrasse in contatto col mondo moderno, laicizzandosi- ha di fatto impedito lo sviluppo spirituale degli islamici.

1.
Sull'antisemitismo
di Oriana Fallaci - http://www.hsje.org/sull.htm (dal sito della Società Storica degli Ebrei Egiziani)

Io trovo vergognoso che in Italia si faccia un corteo di individui che vestiti da kamikaze berciano infami ingiurie a Israele, alzano fotografie di capi israeliani sulla cui fronte hanno disegnato una svastica, incitano il popolo a odiare gli ebrei. E che pur di rivedere gli ebrei nei campi di sterminio, nelle camera gas, nei forni crematori di Dachau e Mauthausen e di Buchenwald e di Bergen-Belsen eccetera, venderebbero a un harem la propria madre.

Io trovo vergognoso che la Chiesa Cattolica permetta a un vescovo, peraltro alloggiato in Vaticano, uno stinco di santo che a Gerusalemme venne trovato con un arsenale di armi ed esplosivi nascosti in speciali scomparti della sua sacra Mercedes, di partecipare a quel corteo e piazzarsi a un microfono per ringraziare in nome di Dio i kamikaze che massacrano gli ebrei nelle pizzerie e nei supermarket. Chiamarli "martiri che vanno alla morte come a una festa".

Io trovo che in Francia, la Francia del Liberté-Egalité-Fraternité, si bruciano le sinagoghe, si terrorizzano gli ebrei, si profanino i loro cimiteri. Trovo vergognoso che in Olanda e in Germania e in Danimarca i giovani sfoggino il kaffiah come gli avanguardisti di Mussolini sfoggiavano il bastone e il distintivo fascista. Trovo vergognoso che in quasi tutte le università europee gli studenti palestinesi spadroneggino e alimentino l'antisemitismo. Che in Svezia abbiano chiesto di ritirare il Premio Nobel per la Pace concesso a Shimon Peres nel 1994, e concentrarlo sulla colomba col ramoscello d'olivo in bocca cioè su Arafat. Trovo vergognoso che gli esimi membri del Comitato, un Comitato che (a quanto pare) anziché il merito premia il colore politico, abbiano preso in considerazione la richiesta e pensino di esaudirla. All'inferno il Premio Nobel e onore a chi non lo riceve.

Io trovo vergognoso (siamo di nuovo in Italia) che le Televisioni di stato contribuiscano al risorto antisemitismo piangendo solo sui morti palestinesi, facendo la tara ai morti israeliani, parlando in modo sbrigativo e spesso in tono svogliato di loro. Trovo vergognoso che nei loro dibattiti ospitino con tanta deferenza i mascalzoni col turbante o col kaffiah che ieri inneggiavano alla strage di New York e oggi inneggiano alle stragi di Gerusalemme, di Haifa, di Netanya, di Tel Aviv. Trovo vergognoso che la stampa scritta faccia lo stesso, che si indigni perché a Betlemme i carri armati israeliani circondano la Chiesa della Natività, che non si indigni perché nella medesima chiesa duecento terroristi palestinesi ben forniti di mitra e munizioni ed esplosivi (tra loro vari capi di Hamas e Al-Aqsa) siano non sgraditi ospiti dei frati (che poi dai militari dei carri armati accettano le bottiglie d'acqua minerale e il cestino di mele). Trovo vergognoso che dando il numero degli israeliani morti dall'inizio della seconda intifada (quattrocentododici), un noto quotidiano abbia ritenuto giusto sottolineare a gran lettere che nei lori incidenti stradali ne muoiono di più. (Seicento all'anno).

Io trovo vergognoso che l'Osservatore Romano cioè il giornale del Papa, un Papa che non molto tempo fa lasciò nel Muro del Pianto una lettera di scuse per gli ebrei, accusi di sterminio un popolo sterminato a milioni dai cristiani. Dagli europei. Trovo vergognoso che ai sopravvissuti di quel popolo (gente che ha ancora il numero tatuato sul braccio) quel giornali neghi il diritto di reagire, difendersi, non farsi sterminare di nuovo. Trovo vergognoso che in nome di Gesù Cristo (un ebreo senza il quale oggi sarebbero tutti disoccupati) i preti delle nostre parrocchie o Centri Sociali o quel che sono amoreggino con gli assassini di chi a Gerusalemme non può recarsi a mangiar la pizza o a comprar le uova senza saltare in aria. Trovo vergognoso che essi stiano dalla parte dei medesimi che inaugurarono il terrorismo ammazzandoci sugli aerei, negli aeroporti, alle Olimpiadi, e che oggi si divertono ad ammazzare i giornalisti occidentali. A fucilarli, a rapirli, a tagliargli la gola, a decapitarla (Dopo l'uscita de La Rabbia e l'orgoglio qualcuno in Italia vorrebbe farlo anche a me. Citando versi del Corano esorta i suoi "fratelli" delle moschee e delle Comunità Islamiche a castigarmi in nome di Allah. A uccidermi. Anzi a morire con me. Poiché è un tipo che conosce bene l'inglese, in inglese gli rispondo: "Fuck you").

Io trovo vergognoso che quasi tutta la sinistra, quella sinistra che venti anni fa permise a un suo corteo sindacale di deporre una bara (quale mafioso avvertimento) dinanzi alla sinagoga di Roma, dimentichi il contributo dato dagli ebrei alla lotta antifascista. Da Carlo e Nello Rosselli, per esempio, da Leone Ginzburg, da Umberto Terracini, da Leo Valiani, da Emilio Sereni, dalle donne come la mia amica Anna Maria Enriques Agnoletti fucilata a Firenze il 12 giugno 1944, dai settantacinque dei trecentocinquantacinque uccisi alla Fosse Ardeatine, dagli infiniti altri morti sotto le torture o in combattimento o dinanzi ai plotoni d'esecuzione. (I compagni, i maestri, della mia infanzia e della mia prima giovinezza). Trovo vergognoso che anche per colpa della sinistra anzi soprattutto per colpa della sinistra (pensa alla sinistra che inaugura i suoi congressi applaudendo il rappresentante dell'OLP, in Italia il capo dei palestinesi che vogliono la distruzione di Israele) gli ebrei delle città italiane abbiano di nuovo paura. E nelle città francesi e olandesi e danesi e tedesche, lo stesso. Trovo vergognoso che al passaggio del mascalzoni vestiti da kamikaze tremino come a Berlino tremavano la Notte dei Cristalli cioè la notte in cui Hitler avviò la Caccia all'Ebreo.

Io trovo vergognoso che obbedendo alla stupida, vile, disonesta, e per loro vantaggiosissima moda del Politically Correct i soliti opportunisti anzi i soliti parassiti sfruttino la parola Pace. Che in nome della parola Pace, ormai più sputtanata delle parole Amore e Umanità, assolvano da una parte sola l'odio e la bestialità. Che in nome d'un pacifismo (leggi conformismo) delegato ai grilli canterini e ai giullari che prima leccavano i piedi a Pol Pot aizzino la gente confusa o ingenua o intimidita. Che la imbroglino, la corrompano, la riportino indietro di mezzo secolo cioè alla stella gialle sul cappotto. Questi ciarlatani ai quali dei palestinesi importa quanto a me importa di loro. Cioè nulla.

Io trovo vergognoso che tanti italiani e tanti europei abbiano scelto come vessillo il signor (si fa per dire) Arafat. Questa nullità che grazie ai soldi della Famiglia Reale Saudita fa il Mussolini ad perpetuum e che nella sua megalomania crede di passare alla Storia come il George Washington della Palestina. Questo sgrammaticato che quando lo intervisti non riesce nemmeno a compilare una frase completa, un discorso articolato. Sicché per ricomporre il tutto, scriverlo, pubblicarlo, duri una fatica tremenda e concludi che paragonato a lui perfino Gheddafi diventa Leonardo da Vinci. Questo falso guerriero che va sempre in uniforme come Pinochet, mai che indossi un abito civile, e che tuttavia non ha mai partecipato ad una battaglia. La guerra la fa fare, l'ha sempre fatta fare, agli altri. Cioè ai poveracci che credono in lui. Questo pomposo incapace che recitando la parte del Capo di Stato ha fatto fallire i negoziati di Camp David, la mediazione di Clinton. No-No-Gerusalemme-la-voglio-tutta-per-me. Questo eterno bugiardo che ha uno sprazzo di sincerità soltanto quando (en privé) nega a Israele il diritto di esistere, e che come dico nel mio libro si smentisce ogni cinque secondi. Fa sempre il doppio gioco, mente perfino se gli chiede che ora è, sicché di lui non puoi fidarti mai. Mai! Da lui finisci sistematicamente tradito. Questo eterno terrorista che sa fare solo terrorista (stando al sicuro) e che negli Anni Settanta cioè quando lo intervistai addestrava pure i terroristi della Baader-Meinhof. Con loro, i bambini di dieci anni. Poveri bambini! (Ora li addestra per farne kamikaze. Cento baby-kamikaze sono in cantiere:cento!). Questa banderuola che la moglie la tiene a Parigi, servita e riverita come una regina, e che il suo popolo lo tiene nella merda. Dalla merda lo toglie soltanto per mandarlo a morire, a uccidere e a morire, come le diciottenni che per meritarsi l'uguaglianza con gli uomini devono imbottirsi d'esplosivo e disintegrarsi con le loro vittime. Eppure tanti italiani lo amano, sì. Proprio come amavano Mussolini. Tanti altri europei, lo stesso.

Io trovo vergognoso e vedo in tutto ciò il sorgere d'un nuovo fascismo, d'un nuovo nazismo. Un fascismo, un nazismo, tanto più bieco e ributtante in quanto condotto e nutrito da quelli che ipocritamente fanno i buonisti, i progressisti, i comunisti, i pacifisti, i cattolici anzi i cristiani, e che hanno la sfacciataggine di chiamare guerrafondaio chi come me grida la verità. Lo vedo, sì, e dico ciò che segue. Io col tragico e shakespeariano Sharon non sono mai stata tenera ("Lo so che è venuta ad aggiungere uno scalpo alla sua collana" mormorò quasi con tristezza quando andai a intervistarlo nel 1982). Con gli israeliani ho litigato spesso, di brutto, e in passato i palestinesi li ho difesi parecchio. Forse più di quanto meritassero. Però sto con Israele, sto con gli ebrei. Ci sto come ci stavo da ragazzina cioè al tempo in cui combattevo con loro, e le Anne Marie morivano fucilate. Difendo il loro diritto ad esistere, a difendersi, a non farsi sterminare una seconda volta. E disgustata dall'antisemitismo di tanti italiani, di tanti europei, mi vergogno di questa vergogna che disonora il mio Paese e l'Europa. Nel migliore dei casi, non una comunità di Stati ma un pozzo di Ponzi Pilati. Ed anche se tutti gli abitanti di questo pianeta la pensassero in modo diverso, io continuerò a pensarla così.
© Oriana Fallaci - Panorama - 18/04/2002.

2.
Dopo Londra
Il nemico che trattiamo da amico
L'Europa in guerra il nemico ce l'ha in casa. E Churchill disse: verseremo lacrime e sangue

Ora mi chiedono: «Che cosa dice, che cosa ha da dire, su quello che è successo a Londra?». Me lo chiedono a voce, per fax, per email, spesso rimproverandomi perché finoggi sono rimasta zitta. Quasi che il mio silenzio fosse stato un tradimento. E ogni volta scuoto la testa, mormoro a me stessa: cos' altro devo dire?!? Sono quattr' anni che dico. Che mi scaglio contro il Mostro deciso ad eliminarci fisicamente e insieme ai nostri corpi distruggere i nostri principii e i nostri valori. La nostra civiltà. Sono quattr' anni che parlo di nazismo islamico, di guerra all' Occidente, di culto della morte, di suicidio dell' Europa. Un' Europa che non è più Europa ma Eurabia e che con la sua mollezza, la sua inerzia, la sua cecità, il suo asservimento al nemico si sta scavando la propria tomba. Sono quattr' anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia» e mi dispero sui Danai che come nell' Eneide di Virgilio dilagano per la città sepolta nel torpore. Che attraverso le porte spalancate accolgono le nuove truppe e si uniscono ai complici drappelli. Quattr' anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell' Apocalisse dell' evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna.

Incominciai con «La Rabbia e l' Orgoglio». Continuai con «La Forza della Ragione». Proseguii con «Oriana Fallaci intervista sé stessa» e con «L' Apocalisse». E tra l' uno e l' altro la predica «Sveglia, Occidente, sveglia». I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l' accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l' accusa di vilipendio all' Islam cioè reato di opinione. (Reato che prevede tre anni di galera, quanti non ne riceve l' islamico sorpreso con l' esplosivo in cantina). Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». Sì, è vero: sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all' Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell' Europa, Sveglia-Italia-Sveglia. Sì, è vero: sia pur senza ammettere che non avevo torto l' ex segretario della Quercia ora concede interviste nelle quali dichiara che questi-terroristi-vogliono-distruggere-i-nostri-valori, che questo- stragismo-è-di-tipo-fascista-ed-esprime-odio-per-la-nostra-civiltà».

Sì, è vero: parlando di Londonistan, il quartiere dove vivono i ben settecentomila musulmani di Londra, i giornali che prima sostenevano i terroristi fino all' apologia di reato ora dicono ciò che dicevo io quando scrivevo che in ciascuna delle nostre città esiste un' altra città. Una città sotterranea, uguale alla Beirut invasa da Arafat negli anni Settanta. Una città straniera che parla la propria lingua e osserva i propri costumi, una città musulmana dove i terroristi circolano indisturbati e indisturbati organizzano la nostra morte. Del resto ora si parla apertamente anche di terrorismo-islamico, cosa che prima veniva evitata con cura onde non offendere i cosiddetti musulmani moderati. Sì, è vero: ora anche i collaborazionisti e gli imam esprimono le loro ipocrite condanne, le loro mendaci esecrazioni, la loro falsa solidarietà coi parenti delle vittime. Si, è vero: ora si fanno severe perquisizioni nelle case dei musulmani indagati, si arrestano i sospettati, magari ci si decide ad espellerli. Ma in sostanza non è cambiato nulla. Nulla. Dall' antiamericanismo all' antioccidentalismo al filoislamismo, tutto continua come prima. Persino in Inghilterra. Sabato 9 luglio cioè due giorni dopo la strage la BBC ha deciso di non usare più il termine «terroristi», termine-che-esaspera-i-toni-della-Crociata, ed ha scelto il vocabolo «bombers». Bombardieri, bombaroli. Lunedì 11 luglio cioé quattro giorni dopo la strage il Times ha pubblicato nella pagina dei commenti la vignetta più disonesta ed ingiusta ch' io abbia mai visto. Quella dove accanto a un kamikaze con la bomba si vede un generale anglo-americano con un' identica bomba. Identica nella forma e nella misura. Sulla bomba, la scritta: «Killer indiscriminato e diretto ai centri urbani». Sulla vignetta, il titolo: «Spot the difference, cerca la differenza».

Quasi contemporaneamente, alla televisione americana ho visto una giornalista del Guardian, il quotidiano dell' estrema sinistra inglese, che assolveva l' apologia di reato manifestata anche stavolta dai giornali musulmani di Londra. E che in pratica attribuiva la colpa di tutto a Bush. Il-criminale, il- più-grande-criminale-della-Storia, George W. Bush. «Bisogna capirli». Cinguettava «la politica americana li ha esasperati. Se non ci fosse stata la guerra in Iraq...». (Giovanotta, l' 11 settembre la guerra in Iraq non c' era. L' 11 settembre la guerra ce l' hanno dichiarata loro. Se n' è dimenticata?). E contemporaneamente ho letto su Repubblica un articolo dove si sosteneva che l' attacco alla subway di Londra non è stato un attacco all' Occidente. E' stato un attacco che i figli di Allah hanno fatto contro i propri fantasmi. Contro l' Islam «lussurioso» (suppongo che voglia dire «occidentalizzato») e il cristianesimo «secolarizzato». Contro i pacifisti indù e la-magnifica-varietà-che-Allah-ha-creato. Infatti, spiegava, in Inghilterra i musulmani sono due milioni e nella metropolitana di Londra non-trovi-un-inglese-nemmeno-a-pagarlo-oro. Tutti in turbante, tutti in kefiah. Tutti con la barba lunga e il djellabah. Se-ci-trovi-una-bionda-con-gli-occhi-azzurri-è-una-circassa». (Davvero?!? Chi l' avrebbe mai detto!!! Nelle fotografie dei feriti non scorgo né turbanti né kefiah, né barbe lunghe né djellabah. E nemmeno burka e chador. Vedo soltanto inglesi come gli inglesi che nella Seconda Guerra Mondiale morivano sotto i bombardamenti nazisti. E leggendo i nomi dei dispersi vedo tutti Phil Russell, Adrian Johnson, Miriam Hyman, più qualche tedesco o italiano o giapponese. Di nomi arabi, finoggi, ho visto soltanto quello di una giovane donna che si chiamava Shahara Akter Islam).

Continua anche la fandonia dell' Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell' integrazione, la farsa del pluriculturalismo. Vale a dire delle moschee che esigono e che noi gli costruiamo. Nel corso d' un dibattito sul terrorismo, al consiglio comunale di Firenze lunedì 11 luglio il capogruppo diessino ha dichiarato: «E' ora che anche a Firenze ci sia una moschea». Poi ha detto che la comunità islamica ha esternato da tempo la volontà di costruire una moschea e un centro culturale islamico simili alla moschea e al centro culturale islamico che sorgeranno nella diessina Colle val d' Elsa. Provincia della diessina Siena e del suo filo-diessino Monte dei Paschi, già la banca del Pci e ora dei Ds. Bé, quasi nessuno si è opposto. Il capogruppo della Margherita si è detto addirittura favorevole. Quasi tutti hanno applaudito la proposta di contribuire all' impresa coi soldi del municipio cioé dei cittadini, e l' assessore all' urbanistica ha aggiunto che da un punto di vista urbanistico non ci sono problemi. «Niente di più facile». Episodio dal quale deduci che la città di Dante e Michelangelo e Leonardo, la culla dell' arte e della cultura rinascimentale, sarà presto deturpata e ridicolizzata dalla sua Mecca. Peggio ancora: continua la Political Correctness dei magistrati sempre pronti a mandare in galera me e intanto ad assolvere i figli di Allah. A vietarne l' espulsione, ad annullarne le (rare) condanne pesanti, nonché a tormentare i carabinieri o i poliziotti che con loro gran dispiacere li arrestano. Milano, pomeriggio dell' 8 luglio cioé il giorno dopo la strage di Londra. Il quarantaduenne Mohammed Siliman Sabri Saadi, egiziano e clandestino, viene colto senza biglietto sull' autobus della linea 54. Per effettuare la multa i due controllori lo fanno scendere e scendono con lui. Gli chiedono un documento, lui reagisce ingaggiando una colluttazione. Ne ferisce uno che finirà all' ospedale, scappa perdendo il passaporto, ma la Volante lo ritrova e lo blocca. Nonostante le sue resistenze, dinanzi a una piccola folla lo ammanetta e nello stesso momento ecco passare una signora che tutta stizzita vuole essere ascoltata come testimone se il poverino verrà processato ed accusato di resistenza. I poliziotti le rispondono signora-ci-lasci-lavorare, e allora lei allunga una carta di identità dalla quale risulta che è un magistrato. Sicché un po' imbarazzati ne prendono atto poi portano Mohammed in questura e qui... Bé, invece di portarlo al centro di permanenza temporanea dove (anziché in galera) si mettono i clandestini, lo lasciano andare invitandolo a presentarsi la prossima settimana al processo cui dovrà sottoporsi per resistenza all' arresto e lesioni a pubblico ufficiale. Lui se ne va, scompare (lo vedremo mai più?) e indovina chi è la signora tutta stizzita perché lo avevano ammanettato come vuole la prassi.

La magistrata che sette mesi fa ebbe il suo piccolo momento di celebrità per aver assolto con formula piena tre musulmani accusati di terrorismo internazionale e per aver aggiunto che in Iraq non c' è il terrorismo, c' è la guerriglia, che insomma i tagliateste sono Resistenti. Sì, proprio quella che il vivace leghista Borghezio definì «una vergogna per Milano e per la magistratura». E indovina chi anche oggi la loda, la difende, dichiara ha-fatto-benissimo. I diessini, i comunisti, e i soliti verdi. Continua anche la panzana che l' Islam è una religione di pace, che il Corano predica la misericordia e l' amore e la pietà. Come se Maometto fosse venuto al mondo con un ramoscello d' ulivo in bocca e fosse morto crocifisso insieme a Gesù. Come se non fosse stato anche lui un tagliateste e anziché orde di soldati con le scimitarre ci avesse lasciato san Matteo e san Marco e san Luca e san Giovanni intenti a scrivere gli Evangeli. Continua anche la frottola dell' Islam vittima-dell' Occidente. Come se per quattordici secoli i musulmani non avessero mai torto un capello a nessuno e la Spagna e la Sicilia e il Nord Africa e la Grecia e i Balcani e l' Europa orientale su su fino all' Ucraina e alla Russia le avesse occupate la mia bisnonna valdese. Come se ad arrivare fino a Vienna e a metterla sotto assedio fossero state le suore di sant' Ambrogio e le monache Benedettine. Continua anche la frode o l' illusione dell' Islam Moderato. Con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un' esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in paesi lontani.

Bé, il nemico non è affatto un' esigua minoranza. E ce l' abbiamo in casa. Ce l' avevamo in casa l' 11 settembre del 2001 cioé a New York. Ce l' avevamo in casa l' 11 marzo del 2004 cioé a Madrid. Ce l' avevamo in casa l' 1, il 2, il 3 settembre del medesimo anno a Beslan dove si divertirono anche a fare il tiro a segno sui bambini che dalla scuola fuggivano terrorizzati, e di bambini ne uccisero centocinquanta. Ce l' avevamo in casa il 7 luglio scorso cioé a Londra dove i kamikaze identificati erano nati e cresciuti. Dove avevano studiato finalmente qualcosa, erano vissuti finalmente in un mondo civile, e dove fino alla sera precedente s' eran divertiti con le partite di calcio o di cricket. Ce l' abbiamo in casa da oltre trent' anni, perdio. Ed è un nemico che a colpo d' occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all' occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioé col permesso di soggiorno. Con l' automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. E' un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Tale intensità che verrebbe spontaneo gridargli: se siamo così brutti, così cattivi, così peccaminosi, perché non te ne torni a casa tua? Perché stai qui? Per tagliarci la gola o farci saltare in aria? Un nemico, inoltre, che in nome dell' umanitarismo e dell' asilo politico (ma quale asilo politico, quali motivi politici?) accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di Accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l' Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che per partorire non ha bisogno della procreazione assistita, delle cellule staminali. Il suo tasso di natalità è così alto che secondo il National Intelligence Council alla fine di quest' anno la popolazione musulmana in Eurabia risulterà raddoppiata. Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all' imam (però guai se arresti l' imam.

Peggio ancora, se qualche agente della Cia te lo toglie dai piedi col tacito consenso dei nostri servizi segreti). Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l' Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l' esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca. (Ma quando in seguito alla strage di Londra la Francia denuncia il trattato di Schengen e perfino la Spagna zapatera pensa di imitarla, l' Italia e gli altri paesi europei rispondono scandalizzati no no). Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l' alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che protetto dalla Sinistra al Caviale e dalla Destra al Fois Gras e dal Centro al Prosciutto ciancia, appunto, di integrazione e pluriculturalismo ma intanto ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioé «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l' oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». (Parlo, s' intende, dell' arabo con la cittadinanza italiana che mi ha denunciato per vilipendio all' Islam. Che contro di me ha scritto un lercio e sgrammaticato libello dove elencando quattro sure del Corano chiede ai suoi correligionari di eliminarmi, che per le sue malefatte non è mai stato o non ancora processato). Un nemico che in Inghilterra s' imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. (Parlo, s' intende, dell' arabo con la cittadinanza inglese che per puro miracolo beccarono sulla American Airlines).

Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. (Parlo, s' intende, dell' arabo con cittadinanza olandese che probabilmente anzi spero verrà condannato all' ergastolo e che al processo ha sibilato alla mamma di Theo: «Io non provo alcuna pietà per lei. Perché lei è un' infedele»). Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioé pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d' un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino. Continua anche il discorso sul Dialogo delle due Civiltà. Ed apriti cielo se chiedi qual è l' altra civiltà, cosa c' è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell' Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell' Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall' Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c' è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta.

L' Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. E' incompatibile col concetto di civiltà. E visto che ho toccato questo argomento mi ascolti bene, signor giudice di Bergamo che ha voluto incriminarmi per vilipendio all' Islam ma che non ha mai incriminato il mio persecutore per vilipendio al Cristianesimo. Nonché per istigazione all' omicidio. (Il mio). Mi ascolti e mi condanni pure. Mi infligga pure quei tre anni di reclusione che i magistrati italiani non infliggono nemmeno ai terroristi islamici beccati con l' esplosivo in cantina. Il suo processo è inutile. Finché avrò un filo di fiato io ripeterò ciò che ho scritto nei miei libri e che riscrivo qui. Non mi sono mai fatta intimidire, non mi faccio mai intimidire dalle minacce di morte e dalle persecuzioni, dalle denigrazioni, dagli insulti contro i quali Lei si è guardato bene dal proteggermi anche come semplice cittadino. Quindi si figuri se mi faccio intimidire da Lei che mi nega il costituzionale diritto di pensare ed esprimere la mia opinione. Però, prima del processo, una curiosità me la deve togliere. Nella cella mi ci terrà tutta sola o coi carabinieri che lo Stato Italiano mi ha cortesemente imposto affinché non venga ammazzata come Biagi o come Theo van Gogh? Glielo chiedo perché il ministro degli Interni dice che nelle nostre carceri oltre il cinquanta per cento dei detenuti sono musulmani, e suppongo che di quei carabinieri avrei più bisogno in galera che a casa mia. (Quanto a voi, signori del Parlamento, congratulazioni per aver respinto la proposta del ministro della Giustizia: abolire il reato di opinione. E particolari congratulazioni all' onorevole di Alleanza Nazionale che oltre ad aver gestito quel rifiuto ha chiesto di abolire il reato d' apologia del fascismo). Continua anche l' indulgenza che la Chiesa Cattolica (del resto la maggiore sostenitrice del Dialogo) professa nei riguardi dell' Islam. Continua cioé la sua irremovibile irriducibile volontà di sottolineare il «comune patrimonio spirituale fornitoci dalle tre grandi religioni monoteistiche». Quella cristiana, quella ebraica, quella islamica. Tutte e tre basate sul concetto del Dio Unico, tutte e tre ispirate da Abramo. Il buon Abramo che per ubbidire a Dio stava per sgozzare il suo bambino come un agnello. Ma quale patrimonio in comune?!?

Allah non ha nulla in comune col Dio del Cristianesimo. Col Dio padre, il Dio buono, il Dio affettuoso che predica l' amore e il perdono. Il Dio che negli uomini vede i suoi figli. Allah è un Dio padrone, un Dio tiranno. Un Dio che negli uomini vede i suoi sudditi anzi i suoi schiavi. Un Dio che invece dell' amore insegna l' odio, che attraverso il Corano chiama cani-infedeli coloro che credono in un altro Dio e ordina di punirli. Di soggiogarli, di ammazzarli. Quindi come si fa a mettere sullo stesso piano il cristianesimo e l' islamismo, come si fa a onorare in egual modo Gesù e Maometto?!? Basta davvero la faccenda del Dio Unico per stabilire una concordia di concetti, di principii, di valori?!? E questo è il punto che nell' immutata realtà del dopo-strage di Londra mi turba forse di più. Mi turba anche perché sposa quindi rinforza quello che considero l' errore commesso da papa Wojtyla: non battersi quanto avrebbe a mio avviso dovuto contro l' essenza illiberale e antidemocratica anzi crudele dell' Islam. Io in questi quattr' anni non ho fatto che domandarmi perché un guerriero come Wojtyla, un leader che come lui aveva contribuito più di chiunque al crollo dell' impero sovietico e quindi del comunismo, si mostrasse così debole verso un malanno peggiore dell' impero sovietico e del comunismo. Un malanno che anzitutto mira alla distruzione del cristianesimo. (E dell' ebraismo). Non ho fatto che domandarmi perché egli non tuonasse in maniera aperta contro ciò che avveniva (avviene) ad esempio in Sudan dove il regime fondamentalista esercitava (esercita) la schiavitù. Dove i cristiani venivano eliminati (vengono eliminati) a milioni. Perché tacesse sull' Arabia Saudita dove la gente con una Bibbia in mano o una crocetta al collo era (è) trattata come feccia da giustiziare. Ancora oggi quel silenzio io non l' ho capito e...

Naturalmente capisco che la filosofia della Chiesa Cattolica si basa sull' ecumenismo e sul comandamento Ama-il-nemico-tuo-come-te-stesso. Che uno dei suoi principii fondamentali è almeno teoricamente il perdono, il sacrificio di porgere l' altra guancia. (Sacrificio che rifiuto non solo per orgoglio cioè per il mio modo di intendere la dignità, ma perché lo ritengo un incentivo al Male di chi fa del male). Però esiste anche il principio dell' autodifesa anzi della legittima difesa, e se non sbaglio la Chiesa Cattolica vi ha fatto ricorso più volte. Carlo Martello respinse gli invasori musulmani alzando il crocifisso. Isabella di Castiglia li cacciò dalla Spagna facendo lo stesso. E a Lepanto c' erano anche le truppe pontificie. A difendere Vienna, ultimo baluardo della Cristianità, a romper l' assedio di Kara Mustafa, c' era anche e soprattutto il polacco Giovanni Sobienski con l' immagine della Vergine di Chestochowa. E se quei cattolici non avessero applicato il principio dell' autodifesa, della legittima difesa, oggi anche noi porteremmo il burka o il jalabah. Anche noi chiameremmo i pochi superstiti cani-infedeli. Anche noi gli segheremmo la testa col coltello halal. E la basilica di San Pietro sarebbe una moschea come la chiesa di Santa Sofia a Istanbul. Peggio: in Vaticano ci starebbero Bin Laden e Zarkawi. Così, quando tre giorni dopo la nuova strage Papa Ratzinger ha rilanciato il tema del Dialogo, sono rimasta di sasso. Santità, Le parla una persona che La ammira molto. Che Le vuole bene, che Le dà ragione su un mucchio di cose. Che a causa di questo viene dileggiata coi nomignoli atea-devota, laica-baciapile, liberal-clericale. Una persona, inoltre, che capisce la politica e le sue necessità. Che comprende i drammi della leadership e i suoi compromessi. Che ammira l' intransigenza della fede e rispetta le rinunce o le prodigalità a cui essa costringe. Però il seguente interrogativo devo porlo lo stesso: crede davvero che i musulmani accettino un dialogo coi cristiani, anzi con le altre religioni o con gli atei come me? Crede davvero che possano cambiare, ravvedersi, smettere di seminar bombe? Lei è un uomo tanto erudito, Santità. Tanto colto. E li conosce bene. Assai meglio di me. Mi spieghi dunque: quando mai nel corso della loro storia, una storia che dura da millequattrocento anni, sono cambiati e si sono ravveduti? Oh, neanche noi siamo stati e siamo stinchi di santo: d' accordo. Inquisizioni, defenestrazioni, esecuzioni, guerre, infamie di ogni tipo. Nonché guelfi e ghibellini a non finire. E per giudicarci severamente basta pensare a quel che abbiamo combinato sessanta anni fa con l' Olocausto. Ma poi abbiamo messo un po' di giudizio, perbacco. Ci abbiamo dato una pensata e se non altro in nome della decenza siamo un po' migliorati. Loro, no.

La Chiesa Cattolica ha avuto svolte storiche, Santità. Anche questo lei lo sa meglio di me. A un certo punto si è ricordata che Cristo predicava la Ragione, quindi la scelta, quindi il Bene, quindi la Libertà, e ha smesso di tiranneggiare. D' ammazzare la gente. O costringerla a dipinger soltanto Cristi e Madonne. Ha compreso il laicismo. Grazie a uomini di prim' ordine, un lungo elenco di cui Lei fa parte, ha dato una mano alla democrazia. Ed oggi parla coi tipi come me. Li accetta e lungi dal bruciarli vivi (io non dimentico mai che fino a quattro secoli fa il Sant' Uffizio mi avrebbe mandato al rogo) ne rispetta le idee. Loro, no. Ergo con loro non si può dialogare. E ciò non significa ch' io voglia promuovere una guerra di religione, una Crociata, una caccia alle streghe, come sostengono i mentecatti e i cialtroni. (Guerre di religione, Crociate, io ?!? Non essendo religiosa, figuriamoci se voglio incitare alle guerre di religione e alle Crociate. Cacce alle streghe io?!? Essendo considerata una strega, un' eretica, dagli stessi laici e dagli stessi liberals, figuriamoci se voglio accendere una caccia alle streghe. Ciò significa, semplicemente, che illudersi su di loro è contro ragione. Contro la Vita, contro la stessa sopravvivenza, e guai a concedergli certe familiarità.

La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l' ho mai avuto. Anche questo lo dico da quattro anni. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all' Africa cioè ai paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Lo stesso Bin Laden ce lo ha promesso. In modo esplicito, chiaro, preciso. Più volte. I suoi luogotenenti (o rivali), idem. Lo stesso Corriere lo dimostra con l' intervista a Saad Al-Faqih, l' esiliato saudita diventato amico di Bin Laden durante il conflitto coi russi in Afghanistan, e secondo i servizi segreti americani finanziatore di Al Qaeda. «E' solo questione di tempo. Al Qaeda vi colpirà presto» ha detto Al-Faqih aggiungendo che l' attacco all' Italia è la cosa più logica del mondo. Non è l' Italia l' anello più debole della catena composta dagli alleati in Iraq? Un anello che viene subito dopo la Spagna e che è stato preceduto da Londra per pura convenienza. E poi: «Bin Laden ricorda bene le parole del Profeta. Voi-costringerete-i-romani-alla-resa. E vuole costringer l' Italia ad abbandonare l' alleanza con l' America». Infine, sottolineando che operazioni simili non si fanno appena sbarcati a Lampedusa o alla Malpensa bensì dopo aver maturato dimestichezza con il paese, esser penetrati nel suo tessuto sociale: «Per reclutare gli autori materiali, c' è solo l' imbarazzo della scelta».

Molti italiani non ci credono ancora. Nonostante le dichiarazioni del ministro degli Interni, a rischio Roma e Milano, all' erta anche Torino e Napoli e Trieste e Treviso nonché le città d' arte come Firenze e Venezia, gli italiani si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi. Ha ragione Vittorio Feltri quando su Libero scrive che la decadenza degli occidentali si identifica con la loro illusione di poter trattare amichevolmente il nemico, nonché con la loro paura. Una paura che li induce ad ospitare docilmente il nemico, a tentar di conquistarne la simpatia, a sperare che si lasci assorbire mentre è lui che vuole assorbire. Questo senza contare la nostra abitudine ad essere invasi, umiliati, traditi. Come dico nell' «Apocalisse», l' abitudine genera rassegnazione. La rassegnazione genera apatia. L' apatia genera inerzia. L' inerzia genera indifferenza, ed oltre a impedire il giudizio morale l' indifferenza soffoca l' istinto di autodifesa cioè l' istinto che induce a battersi. Oh, per qualche settimana o qualche mese lo capiranno sì d' essere odiati e disprezzati dal nemico che trattano da amico e che è del tutto refrattario alle virtù chiamate Gratitudine, Lealtà, Pietà. Usciranno sì dall' apatia, dall' inerzia, dall' indifferenza. Ci crederanno sì agli annunci di Saad al-Faqih e agli espliciti, chiari, precisi avvertimenti pronunciati da Bin Laden and Company. Eviteranno di prendere i treni della sotterranea. Si sposteranno in automobile o in bicicletta. (Ma Theo van Gogh fu ammazzato mentre si spostava in bicicletta). Attenueranno il buonismo o il servilismo. Si fideranno un po' meno del clandestino che gli vende la droga o gli pulisce la casa. Saranno meno cordiali col manovale che sventolando il permesso di soggiorno afferma di voler diventare come loro ma intanto fracassa di botte la moglie, le mogli, e uccide la figlia in blue jeans. Rinunceranno anche alle litanie sui Viaggi della Speranza, e forse realizzeranno che per non perdere la Libertà a volte bisogna sacrificare un po' di libertà. Che l' autodifesa è legittima difesa e la legittima difesa non è una barbarie. Forse grideranno addirittura che la Fallaci aveva ragione, che non meritava d' essere trattata come una delinquente. Ma poi riprenderanno a trattarmi come una delinquente. A darmi di retrograda xenofoba razzista eccetera. E quando l' attacco verrà, udiremo le consuete scemenze. Colpa-degli-americani, colpa-di-Bush.

Quando verrà, come avverrà quell'attacco? Oddio, detesto fare la Cassandra. La profetessa. Non sono una Cassandra, non sono una profetessa. Sono soltanto un cittadino che ragiona e ragionando prevede cose che secondo logica accadranno. Ma che ogni volta spera di sbagliarsi e, quando accadono, si maledice per non aver sbagliato. Tuttavia riguardo all' attacco contro l' Italia temo due cose: il Natale e le elezioni. Forse supereremo il Natale. I loro attentati non sono colpacci rozzi, grossolani. Sono delitti raffinati, ben calcolati e ben preparati. Prepararsi richiede tempo e a Natale credo che non saranno pronti. Però saranno pronti per le elezioni del 2006. Le elezioni che vogliono vedere vinte dal pacifismo a senso unico. E da noi, temo, non si accontenteranno di massacrare la gente. Perché quello è un Mostro intelligente, informato, cari miei. Un Mostro che (a nostre spese) ha studiato nelle università, nei collegi rinomati, nelle scuole di lusso. (Coi soldi del genitore sceicco od onesto operaio). Un Mostro che non s' intende soltanto di dinamica, chimica, fisica, di aerei e treni e metropolitane: s' intende anche di Arte. L' arte che il loro presunto Faro-di-Civiltà non ha mai saputo produrre. E penso che insieme alla gente da noi vogliano massacrare anche qualche opera d' arte. Che ci vuole a far saltare in aria il Duomo di Milano o la Basilica di San Pietro? Che ci vuole a far saltare in aria il David di Michelangelo, gli Uffizi e Palazzo Vecchio a Firenze, o il Palazzo dei Dogi a Venezia? Che ci vuole a far saltare in aria la Torre di Pisa, monumento conosciuto in ogni angolo del mondo e perciò assai più famoso delle due Torri Gemelle? Ma non possiamo scappare o alzare bandiera bianca. Possiamo soltanto affrontare il mostro con onore, coraggio, e ricordare quel che Churchill disse agli inglesi quando scese in guerra contro il nazismo di Hitler. Disse: «Verseremo lacrime e sangue». Oh, sì: pure noi verseremo lacrime e sangue. Siamo in guerra: vogliamo mettercelo in testa, sì o no?!? E in guerra si piange, si muore. Punto e basta. Conclusi così anche quattro anni fa, su questo giornale.
Oriana Fallaci

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 17:30 | link | commenti (225) |
oriana fallaci

01/06/2006
Foto di terrorismo in Israele

Informatore palestinese degli ebrei seviziato e ucciso.

Autobus fatto esplodere.

 Inumano scempio dei cadaveri di due soldati israeliani. Intestini nelle mani degli assassini.

 Balilla palestinesi.

 Assassinio di una giovane donna ebrea

 Autobus fatto esplodere: fila di cadaveri dei passeggeri.

Mancano foto di bambini uccisi. Ma ce ne sono, purtroppo, e in ogni parte del mondo.


Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 14:42 | link | commenti (9) |
terrorismo

17/05/2006
INFO Convegno

Notizie utili convegno Informazione e Libertà
 
Il Convegno si svolgerà sabato 17 e domenica 18 giugno 2006 secondo il programma stabilito.
Info: 380 5226 682 (Paolo della Sala)
 
Il prezzo di una camera per una giornata di pernottamento e tre pasti inclusi è di 40 euro. Qualora non ci fossero stanze singole per tutti, sarà necessario utilizzare camere doppie e triple. Il bagno e le docce sono al piano per ogni 3 persone (in camera solo per le stanze triple).
L’ambiente è più che decoroso (una villa dell’800 ristrutturata). L’Auditorium è ampio.
Prezzo per l’iscrizione (escluso vitto e alloggio): 15 euro a persona, da effettuarsi prima del convegno.
 
Mappa generale di Sestri Levante (cliccare per ingrandire):
 
Sede dei lavori: Auditorium Madonnina del Grappa (stessa sede per il pernottamento e i pasti):
p. Mauri (lungo via Antica Romana Occidentale, di fronte a palazzo Inps). tel 0185 457131

Per chi arriva dall’autostrada: al casello svoltare subito a sinx (a 100 dall’uscita) e proseguire verso ovest per circa 2,5 km.
Per chi arriva col treno: attraverso il sottopassaggio dirigersi verso via Antica romana Occidentale (lato opposto alla stazione), usciti sulla strada svoltare a destra e camminare per 250 metri.

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 20:31 | link | commenti (175) |

Programma convegno Informazione e Libertà

Programma

 
 
SABATO 17
Web ed editoria: una scommessa vinta
 
14:30
Inizio dei lavori e presentazione della convention;
 
14:45
Tocqueville.it: 1000 blog producono nuove idee per la politica e l’informazione (Andrea Mancia, Ideazione) ;
 
15:00
Neolib.it: Internet e rinascita laico-liberale (Arturo Diaconale, L’Opinione; oppure Di Muccio, L’Opinione; o Duilio Garofoli, Neolib.it)
 
15:15
Blogosfere: blog professionali e pluralisti (Marco Montemagno, SkyTg24, oppure Mauro Gentilini, Schegge di vetro)
 
15:30
Rete della libertà: Siti di partito e partecipazione on line: l’esperienza del sito di F.I. (on. Antonio Palmieri, responsabile comunicazione elettorale e internet F.I.)
 
15:45
Edizioni Lindau: [Titolo intervento da definire] (Ezio Quarantelli, editore)
 
16:00
Nessuno Tv: [Titolo intervento da definire] (Bruno Pellegrini, CdA Nessuno Tv)
 
16:15
Inizio della discussione
 
17:00
Pausa lavori
 
17:30 – 19:00
Seguito della discussione. Sintesi delle proposte.
 
DOMENICA 18
Egemonia o pluralismo,   statalismo o liberismo?
 
9:55
Presentazione dei lavori.
 
10:00
Verso una Costituente dell’area liberale (Arturo Diaconale, L’Opinione)
 
10:15
La costruzione della Right Nation italiana (Pierluigi Mennitti, Ideazione);
 
10:30
Rinnovare la politica, la società, il mondo dell’impresa (Adriano Teso, responsabile nazionale del Dipartimento "Modernizzazione e Sviluppo del Paese" F.I.)
 
10:45
Per un coordinamento della stampa e dell’editoria liberale (Mario Sechi, Il Giornale; Fausto Carioti, Libero)
 
11:00
Tornare all’iniziativa politica e al territorio (Raffaele Iannuzzi, gruppo di lavoro on. Bondi, L’Avanti)
 
11:15
[Titolo intervento da definire] (Alessandro Gianmoena, direttore Ragionpolitica)
 
11:30 Una Costituente liberale autonoma da riformisti e conservatori (Giuliano Gennaio, direttore Liberal Café). A seguire: Una radio per i blogger, (Valerio Lo Monaco, direttore radio Alzo Zero)
 
11:50
Pausa
 
12:15
Sintesi e inizio discussione
 
13:00
Pausa pranzo
 
Ore 14
Proseguimento della discussione
 
Ore 16
Fine lavori.
 
 
Stand editori: Rubbettino; Lindau
Riprese televisive: Nessuno tv
Riprese audio: Radio Alzo zero
       
       
      Tocque Ville, la città dei liberi  
 Rubbettino Editore     razlogo22.jpg  Welcome to !Liberal café

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 20:25 | link | commenti (505) |

04/01/2006
Uhèe: Come va?

 

 
Salve, sono Ricucci!

 


Uhée! Come va?

 


Bene, bene, ehm, andrei meglio se potessimo parlare un po' con lei...

 


Facciamo due domande distinte. Come sta e come va…



Molto molto bene, sabato mi sposo quindi sto ancora meglio…



Auguroni… Poi ci vediamo presto...


 
Quando? Quando?


 

Le dico io, adesso so che lei è in qualche modo in giro. Io sono una trottola, appena mi sarò fermato a girare, ci vediamo presto.

 

(Da intercettazioni telefoniche: La Repubblica 28 dic. 2005)

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 18:28 | link | commenti |

Ricucci, Consorte e il Montepaschi

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Allora che fate, avete venduto, Ricucci?

 


Martedì consegniamo, Bellaveglia

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Ma avete chiuso l'operazione o no?


 
Sì: io, Franco, Coppola e Statuto... ci manteniamo sotto l'uno per cento... il prezzo è intorno a 2,75... mi sembra giusto... rimane tutto in famiglia... Adesso chiamo Consorte…Ciao.

 

 

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Ok, ciao

 
...Gianni stai preparando i circolari?


 
Sono qui come una bestia che firmo, firmo e firmo…

 
Ti abbiamo servito la BNL su un piatto d’argento…


 

Non t'allargare che pure Fassino mi ha detto che voi, Ricucci, siete troppo esosi…

 

 Intercettazioni telefoniche: fonte La Repubblica 28 dic. 2005

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 18:20 | link | commenti |

Telefono rosso: Piazza-Consorte (su Marrazzo-Rutelli-Boselli-Fassino)

Il 9 luglio squilla il telefono di Angelo Piazza (SDI)


Ciao, sono Consorte


 
Ciao, sono nel partito… C’è rumore?


 
No sento benissimo… Perché mi hai cercato?


 
Ha telefonato ora Piero Marrazzo... dicendo che ha avuto una chiamata di Rutelli il quale gli ha detto: "Hai visto la mia intervista critica nei confronti dell'operazione Bnl, oggi sul Corriere?"...  


 
Vergognosa. Lì Boselli deve intervenire adesso... Ho parlato anche con gli altri, eh…



…Sì adesso lo fa… l'ho già avvertito, adesso poi quando torni ti do il numero, chiamalo, così... Eh, però glielo ho già detto stamattina, quindi hai tempo. Questo stronzo di Rutelli ha chiesto a Marrazzo se faceva un intervento... Piero si è sentito con me e, ovviamente, ha detto no. Voglio dire: ma non ne parlare neanche... tu sei il presidente della Regione Lazio... Non c'ha la sede...



La banca, c'è l'accordo, rimarrà sempre su Roma



…Ho detto a Piero di non dire niente per il momento, anche perché ha un ruolo istituzionale... Se lo faccio parlare lo faccio parlare a favore nostro... ma può anche essere una cosa inopportuna... No, ma... questo l'ha chiamato per dirgli: prendi posizione, questa è una banca di Roma... è una banca sul territorio, poi chissà cosa succede...


Non succede niente, Piero sa benissimo che noi rilanceremo la banca, che non si muoverà mai da Roma, perché fa parte degli accordi con la Banca d'Italia.

Altri personaggi citati:

 

Dialogo: come da intercettazioni telefoniche. Fonte: La Repubblica , 28 dic. 2005 

Postato da: Paolo-di-Lautreamont a 18:06 | link | commenti |

15/03/2005
DOPPIO RUOLO CAPITOLO V -PRIMA PARTE

Doppio Ruolo: Capitolo 5.

 

         1.      

         Vita segreta di Alexander Orlòv.

 

         Avevate ormai a disposizione tutto il tempo del mondo. Ti sei seduta di fronte a Gregor e lo hai invitato ad abbandonare il silenzio per la Parola.  

 

         …Vuoi conoscere ciò che è stato nascosto, la vita di un santo degno della Filocalia, una persona che ha scelto di umiliarsi. So che hai una missione da svolgere e lo stesso archimandrita ha ordinato di non nasconderti nulla. Però, prima di descrivere la sua vita, ti mostrerò la profondità del suo cuore.

Gregor ha preso un foglio da una busta custodita in una tasca e ha letto un fiore mistico di Alexander Orlòv.

 

         …Per avere Gesù, occorre che non ci sia più nulla di tuo. Devi rinunciare alle tue scelte, alla tua volontà, al tuo cuore, ai tuoi piani e alle tue opinioni. Devi essere come un vaso. Un vaso non è nulla, non ha sentimenti, non ha desideri, non ha volontà, è interamente affidato alle mani del suo Padrone.

 

Così la tua attenzione sia tutta rivolta a Gesù, non c’è nient’altro che possa saziarti. Non importa cosa Egli faccia, né se ti eleva a un posto di potere o no: la cosa importante è che tu abbia lui ed Egli possegga te. La vita eterna è questa: “che conoscano (non con l’intelletto, ma misticamente) Te e Gesù Cristo che Tu hai mandato” (Giovanni 17:3).

 

Egli dice: “Amor mio, mia colomba. Mia perfetta, fammi vedere il tuo viso, o tu che dimori nelle spaccature della grande Roccia. Lascia pure che gli altri facciano un gran clamore per attrarre la tua attenzione. Tu, resta nascosta in Me, con un solo desiderio, di piacere al tuo celeste sposo”.

 

Anima mia, fissa l’occhio dello spirito sull’Amato, dimentica te stessa in lui, osserva come Egli si muove, come vive, cerca in ogni cosa di piacere all’Eterno, di vivere per Lui solo, di riflettere il suo amore come uno specchio luminoso. Ogni movimento di Gesù rispecchia il cielo.

 

Con lui la notte diventa luce e la luce senza di lui diventa tenebra.

 

         Gregor ha riposto il foglio nella busta e la busta all’interno della veste, poi ha ripreso a parlare:

         Alexander Orlòv apparteneva a una famiglia ammessa alla corte dei Romanov ed era destinato, come i suoi avi, a una carriera diplomatica o militare. Erano anni difficili, eppure i proprietari delle terre e i Kulaki ucraini non potevano immaginare che presto avrebbero perso ogni cosa; i membri di corte erano ricchi più di prima e il popolo era misero come sempre. Altre persone invece avvertivano i segni di un grande cambiamento:  aerei che iniziavano a volare, automobili, industrie, architetti cambiavano la geografia e l’apparenza del mondo. Combattuto tra queste opposte concezioni, Alexander Orlòv scelse una terza strada, quella della religione. Era una vocazione puramente intellettuale, dovuta alle letture e alla paura di affrontare un mondo che sceglieva la guerra. Per questo motivo, pur senza risparmiarsi negli studi dei testi sacri, ottenne soltanto di percorrere i gradini del potere e divenne un Archimandrita attento agli equilibri politici e capace di ottenere appoggi anche dalla parte avversa. Così, quando la rivoluzione vinse e il monastero della Santissima Trinità venne devastato, nessuno osò toccarlo. Si trasferì in un eremo lontano da Mosca e continuò la sua testimonianza di fede riuscendo a dialogare con i burocrati locali, armonizzando fede e politica, bianchi e rossi, mentre i religiosi venivano deportati e uccisi ovunque. Era cominciata la distruzione delle opere sante: le iconostasi e le panche all’interno delle chiese venivano utilizzate come legna per il fuoco e i fedeli diventarono carne da macello nelle guerre che insanguinavano la nostra terra.

La sua stessa famiglia venne sterminata, e chi non venne ucciso fu costretto all’esilio.

Alexander Orlòv si tormentava: -Perché i miei familiari e fratelli di fede vengono uccisi e deportati mentre io vengo risparmiato? Forse non sono degno del martirio e il Signore non mi vuole. Mentre sentiva svanire le sue energie spirituali, le anime si allontanavano, le chiese si svuotavano, al loro posto sorgevano fabbriche, la guerra continuava a dominare il mondo, Dio non parlava più. Continuava a cercarlo nel silenzio del rifugio, ma, arrivato ai trent’anni, sentiva di dover cambiare vita.

Rileggeva in quei giorni l’inizio della vocazione degli esicasti:

 

Fuge, Tace, Quiesce.

 

Sentì crescere l’esigenza di ubbidire al primo passo, la fuga. Una fuga che sembrava una liberazione e una vittoria su se stesso.

 

La chiesa russa dopo la rivoluzione.

Dopo i primi anni della rivoluzione il Sobor dei vescovi del Patriarcato di Mosca, voluto da Stalin, aveva scelto come rappresentante il Metropolita Tikhon. Costui maledisse il potere sovietico e nel 1922 decise di vendere i tesori privi di valore sacramentale  come  bracciali, anelli, decorazioni di icone e iconostasi.  Il ricavato doveva evitare il prolungarsi del cannibalismo, pratica  diffusa in seguito al perdurare della carestia. Nel 1922 vennero uccisi 2691 preti, 1962 monaci e 3447 monache. Tikhon venne imprigionato nel monastero Donskoj e dovette moderare almeno in parte la sua ostilità nei confronti della dittatura bolscevica e della Ceka. Per avere un’idea della persecuzione occorre ricordare che nel 1917 erano censite 77.767 chiese ortodosse mentre all’inizio degli anni ’70 ne erano rimaste solo 6800.  I monasteri passarono da 1498 a 12. Le scuole di teologia erano 57 nella Russia zarista e 3 nel 1970 (a Mosca, Odessa e San Pietroburgo ). Le persecuzioni continuarono: nel 1929 vennero sequestrate le campane con la motivazione che il loro suono “infrange il diritto al riposo delle grandi masse atee nei centri urbani e rurali”. Nello stesso periodo i sacerdoti furono oberati da imposte e persero i diritti civili (diritto all’annona, alle cure sanitarie etc.). Nel solo 1937 furono arrestati 136.000 chierici 85.000 dei quali vennero trucidati, mentre gli altri partirono per i campi di lavoro. Dal 1917 al 1939 sparì l’85% del clero.

 

Il Patriarca spirando aveva detto: La notte sarà lunga e scura.

 

Il suo successore Sergio cercò di trovare un accordo col regime e passò alla storia col termine Sergianstvo, sinonimo di servilismo nei confronti dei potenti. Tuttavia il sergianismo servì a limitare il massacro totale del clero.

 

 

Fugge.

Mentre il Patriarca era imprigionato nel monastero Donskoj, Orlòv iniziò a preparare la fuga. Molti amici protettori della sua famiglia avevano combattuto con l’esercito bianco nella Crimea ed erano morti in battaglia o nei massacri dell’inverno del 1921, nei quali erano stati trucidati o torturati 50.000 “nemici del popolo”. Ma altri avevano assecondato il cambio di regime ed erano influenti al punto di garantire un lasciapassare al giovane Alexander il quale aveva pensato di ritirarsi in un monastero del 1400, costruito nel Mar Bianco, all’interno del golfo di Onega, su una piccola isola distante 150 chilometri dal Circolo polare. Gli sembrava un luogo dov’era ancora possibile meditare e parlare con Dio.

         Impiegò diverse settimane a raggiungere la meta: viaggiava in treno, su carri merci, su carri, a piedi, attraversò zone devastate dalla guerra, vide i lunghi treni blindati che conducevano i deportati verso la Siberia, riuscì a sopravvivere alla fame grazie alla pietà di alcune persone, oltrepassò senza fermarsi  grandi città come Leningrad e arrivò, dopo alcune settimane, al porto di Belomorsk, da dove ripartì a bordo di un peschereccio in direzione dell’isola dov’era situato il monastero.

I pescatori lo lasciarono su una spiaggia gelida per il vento del nord e ripartirono di nascosto, perché correva voce che il monastero era stato chiuso dai bolscevichi.

Da lontano vide infatti uomini della GPU al comando dei militari e dei deportati che stavano innalzando la scritta Soloveckie lageri osobennogo naznaĉenija. Si trattava del lager (o gulag) delle isole Soloveckie, in sigla SLON. Nella luce affannata di settembre le mura della vecchia fortezza che circondava il monastero sembravano rinchiudersi sulle lunghe file di prigionieri. Intanto i monaci andavano via, destinati a un altro campo o al Nulla che precede il Tutto dei santi.

Dormì al riparo di un vecchio muro di pietra e il mattino seguente ritornò alla spiaggia dove aveva appuntamento con i pescatori. Aveva sperato di poter trovare pace nel deserto  del Mar Bianco, e ora non voleva tornare indietro per ritrovare un letto, del cibo e una incerta sicurezza. Aveva immaginato di chiedere il permesso di fermarsi in un’isola deserta vicino al monastero, in realtà aveva una inconscia idea di  lasciarsi morire pregando. Eppure adesso neanche questo era possibile. Persino il monastero fondato dal santo eremita Herman era invaso da barbari che utilizzavano elefanti sterminatori[*] .

Così lasciò le isole del Lago santo, per tornare alla terra. Da Belomorsk ripartì verso le colline della Carelia, al di là delle quali vi era la Finlandia e un mondo sconosciuto del quale nulla sapeva. Oltrepassò un villaggio e si inoltrò nella foresta e nell’intrico di fiumi e laghi. Passò la notte al riparo di foglie secche e rami di larice. Al mattino iniziò a costruire una capanna intrecciando rami. Intonacò le pareti con l’argilla trovata sulle rive di un lago. Sul tetto, sopra un piano inclinato ottenuto con rami d’abete, aggiunse foglie, muschio e uno strato di rami intrecciati. Pose a rinforzo del tetto grosse pietre di fiume e scelse vecchi tronchi spezzati come travi e rinforzi delle pareti. Al centro della piccola isba pose un focolare di pietra che sfiatava da un’apertura ricavata nel tetto.  Costruì un giaciglio di rami e tirò fuori dalla sacca di viaggio un’icona della Santissima Trinità. La legò al di sopra del lettino e si inginocchiò a pregare.

 

 

Rimane in silenzio.

All’inizio del romitaggio non fu difficile mantenere il secondo impegno dell’Esicasmo: tace. Attorno a lui tutto taceva, gli uccelli erano radi, renne e predatori si tenevano lontani. Quanto alle persone, non vedeva né sentiva nessuno. Del resto, si teneva più che poteva all’interno della capanna, intento a seguire l’antica regola degli esicasti, la Preghiera di Gesù che consiste nel pregare di continuo con le parole

 

Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, peccatore,

 

senza permettere a pensiero o voce alcuna di spezzare questa dolce catena. La preghiera va recitata in silenzio, associando a essa il respiro e persino il battito del cuore secondo le regole di Gregorio il Sinaita:

         Siedi in un luogo basso, fa discendere la intelligenza dalla testa nel cuore e mantienila in questo luogo; poi penosamente inclinato fino a sentire un vivo dolore nel petto, nelle spalle e nel collo per la tensione dei muscoli, grida di cuore e di spirito: Signor Gesù, abbi pietà di me! Ciò facendo, trattieni il respiro, non respirare con troppo ardire, in quanto ciò può dissipare il pensiero. Se pensieri sopravvengono, non prestarvi attenzione, quant’anche fossero semplici e buoni, e non solo vani e impuri. Trattenendo la respirazione per quanto puoi, imprigionando la tua intelligenza nel cuore e moltiplicando pazientemente i tuoi appelli al Signore Gesù, tu spezzerai e annienterai rapidamente questi pensieri con i colpi invisibili che infligge loro il Nome Divino. San Giovanni Climaco dice: “Colpisci i tuoi avversari nel nome di Gesù”, non esiste al mondo arma più potente sulla terra o nei cieli”.

        

Eppure, nonostante l’applicazione continua e totalmente appassionata alla preghiera di Gesù, che pure l’aveva salvato dalla tentazione di lasciarsi morire, non riusciva ancora a vincere la terza battaglia dello spirito, Quiesce! Non trovava pace, se pensava a ciò che succedeva ovunque, da Mosca agli Urali, dalle isole divenute lager al resto del mondo. E, pur non permettendo a tali pensieri di insinuarsi nella sua coscienza, essi tuttavia rimanevano dietro le quinte del suo cuore, potevano essere rimossi solo col pianto, ma per un tempo troppo breve.

Viveva di pesca, di bacche e della corteccia di alcuni alberi. Tuttavia l’acqua gelava ovunque e la neve andava ricoprendo ogni traccia di verde.

La testa, al mattino, gli girava, le ossa dolevano per tutto il giorno e il sonno arrivava a stento. Diventava debole e incapace di raccogliere la legna per il fuoco.

Un giorno, mentre era nel bosco, sentì rumori e voci. Corse a nascondersi all’interno della capanna, riprendendo a pregare con forza, colpevolizzando se stesso perché non aveva abbastanza fede. Aveva spento il fuoco, ma non poteva evitare che il fumo residuo mostrasse ai cacciatori (non si poteva trattare d’altri) dove lui era. Le voci si erano zittite, eppure sentiva il ritmato battere dei passi nella neve, avvertiva la presenza di qualcuno, si sentiva scoperto.

Tuttavia i passi si allontanarono e scivolarono nella lunga sera del giorno autunnale, i pochi animali della foresta ripresero le loro attività, il vento soffiava libero e il fuoco poteva risplendere nel gelo della capanna. D’impulso aveva avuto voglia di prendere la sacca, riporvi dentro la sacra icona e fuggire in un posto più lontano dove solo i lupi l’avrebbero potuto raggiungere. Ma poi, rinfrancato dalla preghiera continua, decise di affidare ogni cosa alle mani del Signore. Ogni atto di volontà poteva essere un errore. Doveva piegarsi agli eventi e lasciare a Dio la tutela della sua solitudine.

La Filocalia spiega cosa significa ubbidire al Fuge.

         “Il beato arcivescovo Teofilo si recò una volta dal padre Arsenio in compagnia di un magistrato. Chiese all’anziano di udire da lui una parola. Disse l’anziano: “E se la dico, la osserverete?” Promisero di farlo. E lui aggiunse: “Dovunque sappiate che ci sia Arsenio, non avvicinatevi” (Arsenio 7).

 

Il padre Marco disse al padre Arsenio “Perché ci sfuggi? L’anziano rispose: “Dio sa che vi amo. Ma non posso essere contemporaneamente con Dio e con gli uomini. Le schiere celesti che sono migliaia hanno un’unica volontà, mentre gli uomini ne hanno tante. Perciò non posso lasciare Dio per venire dagli uomini” (Ars. 13).

 

         Una mattina, recandosi a pescare, Orlòv si sentì spiato ma continuò a camminare come se nulla fosse. Non inveì né corse a nascondersi, capiva che doveva arrendersi agli avvenimenti. Mentre scavava un buco nel ghiaccio per infilarvi un amo, dal guscio bianco della foresta spuntarono alcuni ragazzi che sicuramente provenivano dal vicino villaggio.

Lo circondarono festanti. Lui non voleva abbandonare la scelta del silenzio, in risposta alle loro voci si limitava a sorridere e allargava le braccia. Guardandoli si accorse che erano più magri di lui, e vestiti ancor peggio. Il giorno dopo venne a trovarlo l’anziano  capo del villaggio, un uomo robusto con un viso rosso e vivace che ispirava simpatia e due grandi mani ancora coperte di calli per il lavoro di taglialegna. Lo accompagnavano altri uomini e donne i quali, però, si erano fermati fuori dalla capanna. Il vecchio aveva bussato, Alexander lo fece entrare, non richiuse la porta e si inchinò nel gesto della Metania benedicendo le persone che erano rimaste fuori dall’uscio. Indicò al capo villaggio un sasso da utilizzare come sgabello e si appoggiò sul lettino.

L’anziano guardava con curiosità i suoi abiti da religioso. Non si era ancora accorto di trovarsi di fronte a un eremita: pensava che Alexander fosse un monaco sfuggito alla deportazione dal monastero delle isole Soloveckie, oppure un prigioniero evaso,  travestito da sacerdote. Gli chiese da dove veniva. Alexander coi gesti cercò di fargli capire che veniva da lontano ed era inseguito da Dio, non dagli uomini.

         Allora siete di Mosca…, disse l’uomo quando capì, …e cosa succede laggiù?

Lui allargò le braccia e scosse la testa. L’altro annuì, sembrò tranquillizzarsi e prese a descrivere le vicende del villaggio i cui abitanti, prima della nascita del campo Slon, avevano tagliato alberi e venduto legname agli zar e ai nobili di San Pietroburgo. Nella foresta crescevano abeti rossi, pini, betulle, salici e ontani bianchi, ma dopo la rivoluzione il governo aveva iniziato a utilizzare il lavoro gratuito dei deportati. I militari avevano requisito le attrezzature per il taglio e il trasporto degli alberi, si erano impadroniti dei fucili da caccia, avevano arruolato a forza uomini e ragazzi e avevano fatto razzia di tutto ciò che avevano potuto trovare. Gli animali erano stati uccisi per l’approvvigionamento e quelli che non erano morti erano fuggiti in seguito agli incendi appiccati dagli uomini della Ceka. Nel villaggio non c’era più nulla da fare, se non fuggire a sud per andare nelle fabbriche. Le famiglie non avevano denaro per comprare da mangiare e la pesca, l’allevamento e la caccia non bastavano più a sostentarli dopo che gli uomini sfuggiti all’arruolamento forzato erano andati a cercare fortuna nelle città. Vecchi, donne e ragazzi morivano di fame. C’era chi mangiava topi, chi cercava di conservare il pesce catturato d’estate. Fino a quel momento erano sopravvissuti senza ricorrere al cannibalismo, come avveniva in altre zone del paese. L’anziano promise che di tanto in tanto un ragazzo gli avrebbe portato qualcosa da mangiare, a patto che lui pregasse per la salvezza del villaggio. Alexander era turbato, capiva che gli veniva proposto uno scambio: il suo asceterio doveva essere destinato alla salvezza del villaggio vicino. Lui che era venuto fin lì cercando salvezza per se stesso, veniva destinato alla salvezza degli altri. Doveva quindi tornare alla vita precedente? Rifletteva in questo modo, mentre congedava l’anziano benedicendo per una seconda volta coloro che erano rimasti fuori ad aspettare.

         …Non sarà come prima: adesso non ho più una chiesa, un aiutante. Nulla. Dio voleva questo e dovevo venire fin qui per capirlo.

         Del resto, pensava, Gesù non ha comandato di amare il prossimo più di noi stessi?

 

Nei giorni seguenti un ragazzo gli portò delle pellicce, e pelli di renna per ricoprire il tetto della capanna, un po’ di legna e del pesce affumicato.

Lasciava ogni cosa fuori dalla porta, restava un minuto in attesa e andava via. Alexander riprendeva forze, decise di destinare la totalità del suo tempo a Dio. I sogni svanivano per lasciare il posto alla preghiera che continuava a fluire con naturalezza  anche durante il sonno. Quando il solstizio fu al minimo e non v’era quasi distinzione tra luce e ombra, in lui non ci fu più distinzione tra veglia e sonno e tra bene e male, poiché non si era mai sentito così lontano dal male, e si illuse di aver raggiunto la terza meta: Quiesce, rimani in pace con Dio, con te stesso e col mondo.

 

Quiesce.

Il ragazzo, quando portava legna e cibo era silenzioso, obbediva all’ordine di non disturbare l’asceta. Alexander non pensò più a cosa succedeva nel mondo, in quel lungo inverno, persino le sofferenze dei giusti sembravano secondarie, di fronte al mistero della salvezza eterna e agli spazi di libertà  che, secondo lui, si aprivano a quegli stessi sofferenti. Un giorno, dopo aver sentito il soffice affondo dei passi del ragazzo, avvertì un tonfo improvviso a cui non seguì nessun rumore. Pensò di continuare a pregare come faceva sempre, ma capì che doveva alzarsi e uscire a vedere cos’era successo. Le giornate si erano allungate e la luce del sole filtrava obliqua dalle vette degli alberi. Abituato al buio della capanna, Alexander restò accecato dall’improvvisa luce e non si avvide del fagotto scuro che giaceva pochi metri davanti a lui. Stava tornando sui suoi passi quando quel mucchio di stracci emise un gemito:

         Padre santo, aiutami.

Era il ragazzo, stava morendo. Così sembrava: era pallido e freddo come un morto. Quando lo prese in braccio per portarlo al coperto sentì che il suo corpo era leggero come paglia. Corse fuori a prendere legna e accese il fuoco. Il ragazzo nei mesi precedenti gli aveva portato un vecchio samovar utile per riscaldare l’acqua e preparare un succedaneo di tè, lui vi mise dentro della neve e un pezzo di carne essiccata di renna. Mentre il brodo bolliva lo sistemò sul giaciglio, lo coprì con tutto ciò che aveva, compresi gli abiti che aveva indosso. Adesso battevano i denti in due: Alexander perché era svestito e il ragazzo perché aveva la febbre.

Si mise sulle spalle un panno e uscì in cerca di corteccia di salice. Quando tornò indietro, diede al ragazzo il brodo caldo e gli mise in bocca la corteccia, ma il piccolo (poteva avere dodici anni) era troppo debole e non riusciva a masticarla, allora Alexander masticò la corteccia e la sputò nella latta, poi la riscaldò con l’aggiunta di un pugno di neve e la fece bere al ragazzo. Infine uscì di nuovo a cercare legna per la notte e si coricò a fianco del malato per riscaldare lui e se stesso.

Sperava che qualcuno arrivasse, ma nessuno si presentò per tutto il giorno seguente. Il ragazzo stava un pochino meglio, capì tuttavia che doveva cercare da mangiare perché anche il poco avanzato dai giorni precedenti era finito.

Una nuova stagione si affacciava, i primi animali cominciavano a spuntare con le prime foglie: se si inoltrava nella foresta poteva ancora salvare il ragazzo. Non era cosa semplice, perché da mesi non camminava, usciva appena dalla capanna per le necessità quotidiane e passava il tempo prostato per terra o disteso sul giaciglio. La taiga poi era un territorio impraticabile per la caccia a mani nude e, del resto, anche se avesse avuto un fucile non l’avrebbe potuto usare perché gli animali commestibili erano stati uccisi e requisiti dalla Ceka, come gli aveva detto il capo del villaggio quando era venuto a trovarlo.

Mentre camminava sentiva crescere un sentimento ormai sconosciuto, una vaga irritazione contro chi permetteva che ragazzi, donne e vecchi morissero di fame. Cercò di reprimere il sapore amaro di quel pregiudizio e si concentrò nella ricerca di cibo. Il cielo era verdazzurro e quasi privo di nubi. Girando attorno a un lago ritrovò il sole, basso sull’orizzonte e velato dal ghiaccio, poteva fissarlo senza fastidio. Ma doveva tornare a guardare in basso, dov’era nascosta la vita.

Camminava lentamente, evitando di far rumore, e respirava piano per non perdere le forze. Voleva raggiungere un torrente per pescare, anche se aveva portato l’amo ma non aveva nulla come esca e non trovava una fenditura nello strato di ghiaccio.

Cambiò direzione e si mise a cercare tracce sulla neve liscia e bianca. Non aveva visto  lepri delle nevi o renne, ma sapeva che, se in precedenza la zona era ricca di animali, dovevano essercene ancora molti, nonostante la caccia delle guardie. Si accorse in quel momento che non era isolato come sperava: ogni giorno poteva trovarsi di fronte a poliziotti e soldati armati. Non avrebbe avuto, allora, neanche il tempo di mostrare il suo lasciapassare, sarebbe diventato un altro animale da cacciare, un gioco crudele, prima di sparire per sempre sotto la neve.

         Presto si sentì troppo stanco per continuare: doveva tornare indietro e provare a raggiungere il villaggio, ma era un tragitto troppo lungo per le sue forze. Non aveva altra soluzione che andare avanti, anche se non riusciva più ad avanzare, i piedi affondavano nella neve allentata dal primo sole, non riusciva a trovare una preda ed era rimasto senza l’appiglio della preghiera, da quando si era trovato tra le braccia il ragazzo svenuto.

         Soltanto un minuto, disse a voce alta, e trasalì per il suono della propria voce. Si lasciò cadere sotto un abete ripetendo Un minuto soltanto e ripartirò.

Chiuse gli occhi e si abbandonò al flusso dei ricordi, sentiva il suono del pianoforte di  sua madre, nella stanza dove lei riceveva le amiche.

La rivide, sorridente mentre lasciava scintillare gli occhi azzurri, rivolta a un amico di famiglia. Tutti sapevano che era innamorata di quell’estraneo e che suo padre aveva tollerato quell’amore insano pur di mantenere il suo posto nella corte dei Romanov, tutti eccetto lui, troppo giovane per capire che sua madre amava l’amore di un conoscente. Soltanto in quel momento avvertiva cos’era successo nella sua famiglia: aveva dovuto venire a dormire nel ghiaccio della Karelia, per diventarne consapevole. Eppure la madre, nel ricordo, continuava a sorridergli allegramente, non sembrava colpevole, e nemmeno lui la considerava tale. Si sentiva libero dal giudizio, ricordava il suo pianto quando l’aveva lasciato andare al seminario. Non l’aveva più vista.

Stava per addormentarsi, sarebbe stata la fine per lui e per il ragazzo. Doveva alzarsi e tornare indietro. Alzarsi e tornare indietro, nient’altro.

Ma non riusciva a muovere un muscolo.

Sentì un rumore infinitesimale. Aprì gli occhi: il buio stava avanzando. Girò il collo verso l’albero al quale era appoggiato. Di lato, sotto il tronco, si apriva una fenditura dalla quale era arrivato quel suono più impalpabile del pianoforte della madre, avvertito pochi attimi prima.

Ciò bastò a scuoterlo, a dargli una sferzata. Ringraziò il Creatore e scivolò sulla neve verso il buco. Era la tana di una famiglia di lepri, al risveglio di primavera: sapeva che forse la galleria aveva un’altra uscita, ma intuiva che la femmina non sarebbe fuggita, se aveva i piccoli. Riuscì ad alzarsi e si allontanò in cerca di una pietra che doveva servirgli ad allargare il buco e uccidere.

La trovò sotto la bassa neve che circondava gli alberi. Percepiva un pulsare ansimante e preoccupato all’interno della tana, se fosse stato da solo avrebbe rinunciato alla caccia ma doveva pensare al ragazzo. Scavò lentamente, per non stancarsi troppo, alla fine riuscì ad allargare la terra dura e compatta e guardò in basso. Come aveva previsto, in fondo al piccolo tunnel la lepre nascondeva  una nidiata di piccoli ancora privi di pelo, mentre il maschio era fuggito. L’animale cercò di farlo desistere: emise un rumore simile al soffio di una lince, rilasciò le feci, si avvinghiò al terreno. Fino allora Alexander aveva  mangiato cibo preparato da altre persone: quando da ragazzino suo padre lo portava a caccia, ciò gli era sembrato uno sport, ed era un gioco sentire lo strillo degli animali da cortile quando venivano uccisi e quello delle donne e degli uomini che li inseguivano armati di coltello. Adesso toccava a lui alzare la pietra e ammazzare la lepre e i suoi piccoli, poi sarebbe tornato dal ragazzo.

 

         Era vivo e mosse una mano per salutarlo quando Alexander aprì l’uscio per entrare nella capanna. Aveva trovato della legna spezzata dalle nevicate dell’autunno, con quella accese il fuoco e con una pietra aguzza scuoiò gli animali.

Il giorno dopo doveva andare al villaggio per avvisare i parenti del ragazzo ed era necessario mangiare e prendere forza, anche se non ne aveva voglia. Il ragazzo, estenuato dalla fatica del pasto, si era addormentato. Gli toccò la fronte: non scottava più, ma aveva bisogno di masticare altra corteccia di salice, gliene ficcò in bocca un pezzo e quello prese a masticare continuando a dormire.

         Il mattino seguente andò in cerca del villaggio. Quando lo scorse, notò che non si alzava fumo dalle isbe, poi avvertì un sottile odore di fuoco e si diresse verso l’isba più grande. Bussò, nessuno venne ad aprire, allora spinse la porta e guardò dentro: vide l’anziano che era venuto a trovarlo, una donna scheletrita che doveva essere sua moglie e un uomo più giovane, forse un parente.

Avevano messo il letto vicino alla stufa e sembravano rassegnati al peggio. Si accorse che non avevano più la forza di gettare altra legna nel fuoco. Lo salutarono con un filo di voce.

         Come sta il ragazzo?, disse l’anziano

                   Ha avuto la febbre, ora sta meglio, rispose Alexander.

L’altro sembrò sollevato e cominciò a parlargli:

         …Ci ha salvati. Andava a pescare, ha preso degli animali, una volta è andato a Kem per rubare del cibo. Così ci siamo sfamati tutti. I suoi parenti sono morti da un mese, hanno preso la tisi dai prigionieri delle isole quando sono passati di qui prima dell’inverno a fare legna, erano troppo indeboliti per non ammalarsi, a parte lui che è sempre stato forte.

…Ci devi promettere una cosa, padre santo.

                   Dimmi cosa posso fare.

         …Devi pensare al ragazzo, nel paese non c’è nessun altro. Devi fare in modo che lui cresca, devi farlo studiare, perché non rimanga in silenzio come noi. Quando sono arrivate le guardie e ci hanno portato via gli attrezzi per il taglio degli alberi, le barche per andare nei fiumi e gli uomini che potevano lavorare e fare altri figli, io non ho saputo cosa dire. Ancora non comprendiamo perché ci hanno tolto il lavoro e gli animali. Potevano condannarci a morte e sarebbe stato meglio…

                   No, non sarebbe stato meglio, lo interruppe Alexander. Almeno così il ragazzo si è salvato. Vi prometto che farò come voi desiderate: sarei morto anch’io senza il vostro aiuto…

E si buttò ai piedi del loro giaciglio, piangendo amaramente e dandosi pugni sul capo

                   …Come ho potuto, diceva, essere così egoista? Voi morivate di fame eppure mi portavate persino il poco che avevate. E io non ho capito, sono l’ultimo dei peccatori e il primo degli assassini… Perdonatemi!

         Non ho nulla da perdonarvi, aggiunse l’altro. Dio ha voluto salvare il ragazzo. Prima o poi, il villaggio sarebbe sparito lo stesso, saremmo morti di vecchiaia se non di malattia o di fame, ma cosa avremmo guadagnato? Qualche anno in più e nient’altro. Invece la sofferenza ha rinforzato la nostra anima. Io sono un altro, adesso. Prima non pregavo, non conoscevo nulla. Invece, se la mia ora è adesso, mi sento pronto. Ogni cosa è compiuta: se muoio, sarà per sempre, ma se l’anima mia respirerà il Bene, allora continuerò a vivere nell’eternità.

                   Voi non morrete, disse Alexander Orlòv.

 

 

Torna a Mosca col ragazzo.

         Il sentiero dell’umiliazione era percorso. Aveva capito che in quegli anni avrebbe sempre trovato qualcuno più umiliato, schiacciato e abbandonato di lui. Dio, dopo avergli mostrato la profondità del dolore e della santità dei poveri, gli chiedeva altro.

Fu lui a spingere il Patriarca Tikhon a vendere l’oro residuo della chiesa per salvare i poveri: quell’oro che spariva sempre più, che prima della rivoluzione era stato smaccatamente eccessivo e abbondante ma ora, se utilizzato bene, si sarebbe alchimicamente trasmutato diventando un metallo ancora più prezioso e invisibile.

         Quello è il vero oro della chiesa, ripeteva Alexander indicando il piccolo Gregor, il ragazzo che aveva portato con sè obbedendo all’invito dell’anziano capo del villaggio.

 

 

Conosce Pavel.

         Gregor era cresciuto con Alexander. Aveva studiato alla scuola sacerdotale, era diventato suo assistente. Vivevano col Patriarca Sergio, che riusciva a sopravvivere grazie alla resa al regime. Alexander sapeva che la remissione di Sergio era un grave peccato formale, ma tuttavia l’approvava perché non gli sembrava che vi fossero altre strade per salvare il rimanente della chiesa russa.

Eppure il peggio doveva ancora arrivare. Nel 1929 le autorità delle province interpretarono i decreti del governo in maniera ancor più restrittiva: le chiese venivano chiuse con la scusa che erano decrepite e contrarie all’igiene. Gli amministratori imposero tributi insostenibili al clero, e giustificavano esplusioni, internamenti e distruzioni con la mancata corresponsione dei tributi. Sacerdoti e monaci erano bollati come “parassiti della società”, dovevano abbandonare gli altari e vivere di elemosine. Molti diventarono nomadi e andavano in giro predicando il ritorno di Cristo ai pochi che li accoglievano nelle loro case, perché ormai non v’erano quasi più chiese attive. Aleksej Buj, vescovo di Voronež, era uno dei più attivi nemici del Patriarca Sergio. Dopo il suo arresto i fedeli formarono una chiesa scismatica dal nome accusatorio: “La Vera Chiesa ortodossa”. In quel modo indicavano che l’altra chiesa, che ufficialmente continuava a vivere, era falsa e pagana.

I fedeli della Vera Chiesa si riunivano in segreto, utilizzando case, cantine, grotte, o la steppa e la foresta della taiga. Molti di loro vennero condannati ai lavori forzati nei campi, dove continuavano la loro opera di conversione e lotta finchè non venivano uccisi con la scusa di un –falso- tentativo di evasione. Nel frattempo la Russia era percorsa da un fiume immenso di persone senza tetto e senza lavoro, fuggiti dalla miseria della campagna andavano cercando lavoro nelle grandi fabbriche delle città. Rus’ brodjažaja chiamavano quel mare di vagabondi, e cercarono di allontanarli dalle città dov’erano comparse le tessere annonarie e i passaporti interni.

 

Pavel era vissuto nel campo di lavoro SLON alle Soloveckie, dove era finita la sua famiglia, convertita al credo della Vera Chiesa ortodossa. Quando i suoi morirono, alla vigilia della seconda guerra mondiale, continuò a vivere nelle isole, in quell’oceano di dolore e violenza, al servizio di guardie che lo utilizzavano come schiavo. Segretamente però veniva istruito dai fedeli della setta presenti nel gulag. Nel 1960, a quarant’anni, beneficiò della breve liberalizzazione di Kruscёv e si recò a Mosca per presentarsi alla porta dell’unico seminario ancora aperto. Incontrò lì l’archimandrita Orlòv, che aveva già 70 anni, e il diacono Gregor. Grazie al loro aiuto trovò rifugio nelle braccia della chiesa contro la quale avevano combattuto i suoi genitori. I tempi tuttavia erano cambiati, e il Patriarca Sergio era morto. Pavel, Alexander e Gregor provenivano, direttamente o indirettamente, dalla stessa zona, erano forgiati dal grande freddo del nord, erano forti ed animati dal desiderio di agire, anche se nulla sembrava possibile, l’orizzonte era chiuso e nero. Ma, se non potevano convertire le grandi masse dell’Unione Sovietica, allora apparentemente invincibile, potevano perfezionare se stessi,  diminuendo la voce dell’io e amplificando -come una radio mistica- la voce di Cristo.

Pavel ricordava a Gregor e Alexander la base del proprio sentimento formato sulle leggi della Vera Chiesa ortodossa, rievocava riunioni segrete che si svolgevano all’interno del campo, i miracoli, la vicenda di alcune guardie che avevano nascosto la loro conversione per poter aiutare lo svolgimento del culto all’interno del campo, e non erano stati scoperti per molti anni, finchè una spia non li destinò al macello. Alexander e Gregor avevano compreso la chiave della sua fede ed erano rimasti in contatto con lui. Lentamente, inesorabilmente, Orlòv si era emarginato dalla chiesa ufficiale, era andato a Karaganda, aveva scoperto le icone che provenivano dal sud, realizzate da ignoti artigiani o monaci vicino al confine con la Cina , sui monti Altai.

Con Pavel aveva fondato la Ikon di Mosca e il monastero nel Kazakhstan, insieme avevano stabilito i criteri di realizzazione delle icone-mandala e avevano iniziato il restauro delle antiche icone sacre. La chiesa ortodossa, a differenza della chiesa romana,  non crede nel fatto che un uomo sieda al posto di Gesù. Solo a Dio va la gloria. Così in loro c’era una predisposizione naturale all’eresia, rafforzata dall’esperienza personale di Pavel, e quell’atteggiamento non conformista li votò a scegliere di produrre la fede con icone che non erano nemmeno sacre, né cristiane, se non in parte. Inoltre dovevano pensare con spregiudicatezza a  finanziare l’attività: avevano bisogno di aiuto e di denaro, da ogni parte e in ogni modo. Non esitarono a cercare appoggi nel Politburo, all’estero, e non esitarono a vendere il patrimonio rimasto alla chiesa, come aveva fatto il Patriarca Tikhon negli anni ’20.

Si muovevano con circospezione: se cercavano aiuto da ogni lato, erano anche abituati a diffidare di tutti, persino degli stessi membri della Chiesa.

 (...)

 


[*] Slon in russo significa elefante

Postato da: PaolodellaSala a 19:04 | link | commenti |

27/10/2004
DOPPIO RUOLO, cap. 1

1.

Le voci rimbalzavano nell’aria, le braccia scendevano lente e i frammenti di aria impigliati sulla pelle, negli incavi del corpo, riaffioravano con una galassia di bolle.

Un guscio di plastica avvolgeva la struttura geodetica e in quel cielo aleggiava un vento artificiale, proveniente da larghe bocche.

Un uomo ha avuto una congestione ed è rimasto inerte: vi siete scontrati. Sareste morti in un modo assurdo, se non fosse intervenuta una persona che si tuffò nell’acqua. Accorsero poi altre persone, arrivò un’ambulanza.

Per una singolare coincidenza chi ti aveva riportato alla vita era una docente dell’università di Genova. Avevi programmato di frequentare il suo corso nell’anno seguente.

Due mattine dopo eri davanti alla porta della sua aula. Avevi l’obbligo di ringraziarla: questo dovere ti infastidiva ma apparentemente camminavi nei corridoi dell’università con una direzione precisa, immersa nella struttura invisibile che accompagna la vita quotidiana. Cantavi in silenzio una canzone e nessuno poteva saperlo, guardandoti camminare.

Cullata da quei suoni invisibili desideravi soltanto restare nascosta nella folla degli studenti.

Al contrario, la professoressa non poteva godere dell’anonimato. Aveva un piccolo locale riservato, custodito da una porta nera e monumentale sulla quale era tracciato il suo nome: Irna Farda, sotto al quale era riportata la materia che insegnava: Semiotica delle arti visive.

Nascosta dietro un angolo avvertivi il ritmo dei passi, le voci degli allievi, il frusciare di fogli che preannunciavano l’arrivo della docente. Quando è arrivata sulla soglia hai teso la mano mormorando: Volevo ringraziarla...

Come molti docenti, aveva un’aria distratta e sembrava abituata a stringere mani più prensili e importanti delle tue, anche se non aveva un viso arrogante. Era giovane, con un viso attraversato da un naso sottile, spezzato da occhi neri che brillarono un istante prima di rivolgersi altrove.

Non potevo permettermi di perdere un’allieva, visto che siete sempre di meno..., ha detto.

Gli altri ridevano. Hai pensato: Stronza egoista.

2.

Sei cresciuta vicino Livorno in una famiglia ridotta all’osso dalla Shoah e dalle carestie d’amore.

Tua sorella Tilde ha quattro anni più di te, è una bionda dal corpo morbido che si difende a pugni chiusi da quando è nata. Sembrava destinata a non sposarsi finché non ha conosciuto un genovese dall’aspetto mite; lo ha sposato ed è andata a vivere nella sua città.

Per questo unico motivo ti sei iscritta a Genova, invece che a Roma o Pisa: ciò a significare che il caso è uno dei principali attori di questo universo. Da bambine siete cresciute nell’allegra prigionia dei ragazzi di provincia.

Abitavate in una casa isolata, piena di libri, giornali e copie dell’Espresso. I tuoi genitori spendevano tutto in libri e viaggi non sempre diretti verso Israele, anzi quasi mai. Sembravano disinteressati alle proprie origini, scorrevano sofficemente sull’asse del mondo. E forse facevano bene: cosa rimane a chi vive nell’incoscienza dell’accumulo? Ma sembravano anche disinteressati alla propria discendenza e questo voi non lo accettavate, non comprendendo che la solitudine è uno dei prezzi della libertà.

Leggevi, guardavi i segni del cielo, dipingevi, adoravi il cinema. La politica ti incuriosì subito.

Hai corpo e viso allungati, capelli castano chiari e occhi che per tutta l’infanzia non potevano distinguere i colori, come i lattanti nei primi giorni.

Ancora oggi vivi nella paura di ricadere in un mondo grigio e nero e così scegli con accuratezza le tonalità che ti circondano: sulle labbra rossetti viola scuro, nuances di kajal attorno alle iridi color muschio; sulle unghie uno smalto perlaceo.

In Toscana ridevano di te, a Genova invece il trucco è una prerogativa delle signore per bene: le prostitute non si truccano finché non vanno in pensione. Soltanto allora escono dai vicoli ricoperte da maschere di rimmel per non farsi identificare dagli ex frequentatori. Lavoro inutile: sono diventate irriconoscibili.

Adori il profumo di palissandro degli ascensori liberty che portano sulla spianata di Castelletto, ma non tolleri l’espressione rassegnata degli impiegati che salgono con te. Non riusciresti a sopportare una vita a occhi bassi: ti manca il coraggio di limitare l’orizzonte del paradiso all’ambito familiare e quello dell’inferno a tutto il resto.

Abiti all’ultimo piano di una casa medioevale che tiene la mano alle altre sparse nel centro storico, munite di piccole finestre e sfilacciate tende di plastica. Le pareti dei palazzi un tempo erano colorate come quelle delle ville della Riviera, ora sono ridotte a un nudo intonaco grigio.

L’arredo del tuo monolocale è semplice: un divano letto con una libreria e un tavolo, l’angolo cottura, un giradischi e una scrivania piena di matite, dischi, fogli, dispense universitarie e volantini.

In alto non arriva il vociare della gente e il rumore del mercato. Il traffico della sopraelevata, verso il porto, scorre regolare e ordinato.

Così lontano non dà fastidio, è un consolatorio segno di vita nelle notti invernali.

Ti chiami Scilla.

3.

Frammento di diario.

Passarono alcune settimane, il periodo delle vacanze di Natale.

Mi trovavo in Toscana e approfittavo del clima per andare in auto vicino alle lagune dove sostano gli uccelli prima di fuggire al sud.

Portavo libri e frutta per il pranzo. Quando il freddo diveniva intenso mi trasferivo nella 127 di mia madre.

Al riparo dello schermo del parabrezza, quando alzavo il capo per guardare fuori, potevo illudermi di vedere l’Eden, prima di tornare sui testi di Gombrich e Panovsky. Il nostro cane mi dava sicurezza, lo lasciavo fuori a descrivere ampi cerchi attorno a me e alla macchina, a cercare pozze d’acqua dove immergersi, uccelli dispersi o tane di topi di campagna che scavava inutilmente per ore.

4.

Hai cominciato a frequentare il corso di Semiotica delle arti visive. Anche se non ti sentivi attratta dalla parte monografica prescelta da Irna Farda (che riguardava il rinascimento figurativo nel Medio Oriente), hai deciso di sostenere l’esame nell’anno successivo, il terzo del corso di studi.

Intanto facevi la baby sitter a casa di Tilde. In casa avevate un’accordo: potevi studiare, spesata di tutto, ma dovevi procurarti l’argent de poche dando una mano a tua sorella. D’estate lavoravi in un ristorante gestito da amici, come tuttofare: non ti dispiaceva lavorare manualmente, perchè la mente restava libera.

Andavi al cinema da sola, preda di una passione alla quale speravi di dedicare la tesi di laurea. Per te un film era, più che una forma d’arte, l’occasione di un nuovo rinascimento.

Ti interessava il nuovo cinema inglese o brasiliano e il cinema indipendente americano, in particolare un film senza molte pretese, passato senza lasciare tracce sotto il giudizio della critica e del pubblico. Era un horror metropolitano che iniziava con le parole di Orhan Veli Kanik, un poeta turco:

Abbiamo i nostri mari, pieni di sole.

Abbiamo i nostri alberi, pieni di frutti

Giorno e notte andiamo e veniamo,

indietro e avanti,

tra i nostri alberi e i nostri mari.

Pieni di inesistenza.

Ne avevi trascritto la sinossi:

Ci si muove in un grande palazzo, pieno di lunghi corridoi. E’ un ambiente claustrofobico, i cui muri sembrano sul punto di schiacciare le persone, che non hanno vie di fuga, perché difficilmente si sfugge al proprio incubo. Nel palazzo abita un gruppo di orientali, con abiti e volti di colore bianco come maschere del teatro Nô. Si comportano in maniera equivoca e si muovono in ambienti bui, come se nascondessero qualcosa. In uno degli appartamenti la giovane protagonista appare danzando controtempo al ritmo della musica orientale. E’ una ragazza col volto risplendente (il film si chiama Murdering rays), vestita con un abito rosso, innamorata di un ragazzo appena arrivato a Londra. Deve combattere contro una rivale, una coinquilina vestita di nero. La ragazza dal volto luminoso traccia dei segni sulla porta della rivale e su quella del ragazzo conteso: a volte scrive versi di Emily Dickinson, a volte traccia figure e disegni paurosi.

Infine scopre che il gruppo di immigrati asiatici non si riunisce per seguire rappresentazioni teatrali, ma per officiare false cerimonie magiche nel corso delle quali alcuni di loro si sollevano nell’aria. La ragazza, dopo averli spiati, esce allo scoperto e prova a deridere la loro scienza misteriosa con un inno al Credo occidentale: “Tutto è apparenza”, dice, “Nulla è reale” ripete, come nel Faust. Ma intanto prova a evocare e incatenare un demone in una statua posta all’ingresso del palazzo, usando formule magiche e canti notturni.

Una parte del gruppo pensa: Se tutto è apparenza allora i nostri riti sono falsi. Così scoprono che la donna vestita di nero, d’accordo con alcuni di loro, crea trucchi e finzioni. La levitazione è falsa.

Ma il ragazzo, che è un disperato senza lavoro appena arrivato dalla provincia, sceglie l’amore illusorio della donna vestita di nero. E la protagonista dal volto luminoso muore sotto la statua posta all’ingresso del palazzo, che le cade addosso.

Il regista, d’accordo con la cantante autrice della sceneggiatura, voleva trasmettere l’idea di una storia Zen, nella quale la cosa importante è descrivere con le immagini il Vuoto.

I fatti erano descritti con inquadrature veloci ed avvolgenti. Ti chiedevi quale fosse il segreto della filosofia Zen tradotta in immagini, simile all’essenzialità di Giotto.

Il primo a parlare di zen per descrivere le nuove immagini del cinema, era stato Klaus, uno sceneggiatore tedesco amico di tua madre che aveva lavorato a Milano nella pubblicità, e a Roma in alcuni film. Klaus ti ha trasmesso l’attrazione per le immagini in movimento:

“...Quando ho iniziato a progettare trame, è stato come urtare in una realtà diversa da quella che immaginavo. Provenivo dalla letteratura e dal giornalismo, credevo che nel cinema e nella televisione regnassero le regole narrative della Poetica di Aristotele, le unità di azione, tempo e luogo, il colpo di scena, l’evento tragico, il riconoscimento. Come avviene persino nei testi delle canzoni.

Il cinema italiano era un ibrido della tecnica narrativa inglese con quella francese: si lavorava in modo analogico –rispetto al testo- come avviene tra sogno e realtà. Le trame infatti non devono appiattirsi sul testo, ma ridisegnarsi nel corso delle riprese e nel montaggio. Ma c’è una regola grammaticale la cui importanza cresce sempre più: ogni inquadratura deve durare pochi secondi, anche se rimangono le regole della grammatica filmica: l’uso del colore, gli effetti speciali, campo e controcampo…

...Una volta ho proposto una sceneggiatura vincente, per me era assolutamente perfetta. Invece gli altri del team, due registi e un produttore...gente Ok, amici che poi hanno avuto successo…cominciarono a togliere le sequenze minori... prima una poi un’altra, poi anche le altre, finché il film è diventato un’altra cosa, completamente diversa ...Sai cosa toglievano? Le parti dotate di senso. Alla fine la storia era un dagherrotipo scheletrizzato, figlio di tagli e scarti... Per me non diceva nulla. Ma affascinava come un buco nero...”

5.

In casa di Tilde regnava la solita confusione. Tuo cognato Leo era ancora al lavoro. I gemelli litigavano con tre coetanei di quarta elementare; Doriano, il più grande, ascoltava musica a volume alto con Kaa, suo amico del cuore. Io e Tilde, chiuse in cucina, cercavamo di ascoltare una trasmissione radio:

...Dovete assolutamente chiamare un assistente sociale, ingiungeva un ospite in studio.

Così ti ritrovi un sacco di casini e il marito che ti prende a sberle...Sono trasmissioni inutili, utili solo a fare guadagnare i giornalisti. Non hanno né capo né coda. Sono fascisti, rincarava Tilde, ...Secondo loro i casini derivano dal fatto che uno è povero e si oppone. Lo sai che molti ragazzi vengono tolti a genitori poveri grazie agli assistenti sociali che si laureano a Trento e ai magistrati figli di puttana? Allucinante, ti tolgono i figli e li sbattono in un collegio di suore. È peggio del nazismo: se volessero davvero fare del bene, potrebbero aiutare i genitori a trovare un lavoro: sarebbe meglio e costerebbe meno. Ma si vede che il vero scopo è soffocare gli inferiori.

Intanto Kaa giocava a fare a botte con Doriano, che era scappato in sala.. Doriano era fragile, efebico, la vicinanza di Kaa lo rafforzava: ogni tanto facevano i teppistelli, ma forse ne valeva la pena.

6.

Una sera, alla fine della primavera, hai rivisto Irna Farda. Correvi nel paesaggio stirato del tramonto in una strada che porta fuori città, nella zona industriale di Bolzaneto percorsa da camion impolverati. Verso ovest il cielo si era macchiato di arancio con infiltrazioni di verde. In alto dominava una luce blu e rossa che colava chiazzando le nuvole, in basso sopravviveva il giallo del giorno, attraversato da gassose macchie di fumi dei capannoni di eternit che punteggiavano la riga verticale della strada. Alle spalle rimbalzava nell’aria il bluette della città.

Indossavi una tuta bianca da operaio alla quale avevi aggiunto una banda rosa sui lati. Andavi a volantinare fuori dai cancelli delle fabbriche, con una borsa piena di ciclostilati e le scarpe da tennis. Quando non avevi più volantini tornavi indietro a piedi, non sopportando di prendere i bus. Correvi veloce, i piedi rimbalzavano sull’asfalto dando l’illusione di poter correre per sempre.

Il film si è spezzato di colpo. Un uomo correva in senso opposto cercando di prendere un bus fermo alla fermata. Era come te immerso in quella pozza di colori a gouache, ma è rimasto trafitto da un raggio nero ed è morto, per un infarto. E’ allungato sul marciapiedi e il riflesso del suo abito grigio risale dall’asfalto verso le sfumature del cielo. Poco avanti in un bar qualcuno chiama l’ambulanza, arriva l’eco di un juke box, in un’atmosfera chiaroscura intravvedi Irna Farda che beve con indifferenza un caffè.

Postato da: PaolodellaSala a 18:36 | link | commenti (4) |

SCRITTURA CREATIVA

La maggior parte delle persone non è interessata alla comunicazione, o alla scrittura. Molti credono che utilizzare al meglio le parole sia una perdita di tempo e che sia più importante imparare l’arte dei numeri, o quella del denaro.

Eppure l’esperienza insegna che per avere successo in ogni attività umana bisogna saper convincere. Per persuadere gli altri vi sono quattro mezzi: l’uso delle parole (di un linguaggio, di un codice, un’arte), delle armi, del denaro, della seduzione.

Noi ci occuperemo dell’uso delle parole, e in particolare della creazione di un testo letterario.


1

Saper scrivere è importante. Chi sa presentare bene il proprio curriculum ha migliori probabilità di assunzione. Sapere scrivere è una garanzia di successo anche nelle relazioni sociali: oggi inviamo un numero sempre crescente di e-mail, di messaggi al telefono cellulare, ai compagni di scuola, ai colleghi di lavoro, ai parenti, ai fidanzati...

Ma anche gli scienziati devono saper descrivere bene le proprie teorie. Albert Einstein sviluppò le sue Teorie della Relatività quaranta anni prima della loro verifica sperimentale eppure, caso unico dopo Galileo, il suo sistema venne considerato vero e attendibile dalla comunità scientifica internazionale proprio in virtù della esposizione convincente. Gli credettero, alla lettera, sulla parola.

2.1.

Scrivere è comunicare.

Per comunicare si usano dei segni convenzionali e codificati, che dobbiamo conoscere. La lingua è un codice (uno dei tanti) che assegna a determinati segni determinati significati.

Un segno (e quindi un codice, e quindi una lingua) è qualsiasi cosa può essere usata per mentire, questa è la definizione data da Umberto Eco nel suo Manuale di semiotica generale (1).

Secondo il punto di vista della scienza, dunque, la letteratura è l’arte della menzogna.

I libri sono da sempre il vettore di comunicazione con un al di là: “Bibbia” in greco significa libri; i Dieci comandamenti vennero scritti direttamente da Dio; la necessità di codificare i sentimenti e le culture religiose in tutto il mondo è stato un detonatore fondamentale per l’invenzione della scrittura.

Ma la letteratura è ponte con un al di là anche per i laici. Pensiamo al donchisciottismo. Qual è la malattia di Don Chisciotte? Avere la sindrome di credere alle storie romantiche, cavalleresche e romanzesche più che alla realtà evidente (così i mulini diventano dei giganti).

Questo per quanto riguarda gli effetti che i libri possono (o debbono?) avere sui lettori.

Ma dobbiamo anche pensare agli scrittori.

Ciascun scrittore utilizza un suo linguaggio particolare. Tutti gli scrittori devono però saper scivolare in uno stato di creatività simile alla transe.

“…Nello stato dell’ispirazione il sogno narrativo balza completamente vivo fuori dalla pagina: lo scrittore dimentica le parole che ha scritto nella pagina e vede invece i suoi personaggi circolare per le stanze, cercare cose negli armadi, scorrere la posta con aria irritata, mettere trappole per topi, caricare le pistole” (…) Questo e nient’altro è il procedimento, tragicamente fragile, di cui lo scrittore è disperatamente in cerca: nella sua immaginazione, egli vede –lo vede con chiarezza- persone inventate fare delle cose (…) e tutto ciò viene messo giù con le migliori e più precise parole che egli possa trovare, comprendendo nel momento stesso in cui le scrive che più tardi potrebbe dover trovare delle parole migliori…” (John Gardner, Il mestiere dello scrittore, Marietti 1989).

3.1

Vi sono, in genere, due modi di intendere la scrittura. Uno è quello diretto e immediato. L’altro è quello che si può definire “genere letterario alto”.

Una buona distinzione per capire meglio di cosa ci stiamo per occupare è quella utilizzata dalla lingua inglese tra romance e novel. Il romance è il genere letterario che Borges chiama “Letteratura fantastica”: i romanzi cavallereschi, i “gialli” polizieschi, i romanzi di fantascienza, i miti greco-romani… fino alla maggior parte dei film, se vogliamo considerare il cinema come il romance per eccellenza degli ultimi 100 anni. Il novel è invece il romanzo vero e proprio, l’espressione massima dell’arte narrativa.

A differenza del novel, genere per certi versi inafferrabile, il romance ha ormai codificato i suoi schemi ricorrenti.

Oggi sappiamo esattamente come scrivere un buon romanzo di fantascienza o la sceneggiatura di un film di avventura. Cercheremo di trovare questi schemi con l’aiuto del testo di uno sceneggiatore di Hollywood, Il viaggio dell’eroe, di Chris Vogler.

Quanto alla letteratura romanzesca “classica”, il principale testo di riferimento sarà quello, già citato, di John Gardner.

Parleremo inoltre dell’opera e delle idee di altri scrittori: da Achille Campanile a Gianni Rodari, Georges Polti, Gianni Celati, Italo Calvino, Donald Westlake, Cormack Mc Carthy, Raymond Carver…

4.1. Struttura del racconto di avventure (o romance).

Le prime narrazioni sono state costruite sotto la forma del Mito, una parola che in greco significa proprio “racconto”. Nel mito si raccontano le azioni di un personaggio preso come simbolo dell’umanità o di una sua parte, il quale si trova ad affrontare situazioni particolarmente intricate, o soprannaturali o difficili. Come l’eroe è più dell’uomo di tutti i giorni, anche le sue azioni sono più delle azioni quotidiane, ma ciò non ci deve portare a credere che sia necessario e semplice “spararle grosse”. Al contrario: l’esagerazione nel mito –così come nella narrativa d’avventura- serve soltanto a farci capire che stiamo ascoltando o leggendo una storia esemplare, da prendere come simbolo per affrontare la vita, o semplicemente da ascoltare per averne un effetto:

a)consolatorio, o b)catartico, o c) per passare il tempo.

Comunque sia l’intreccio dell’azione dev’essere d’aiuto per il lettore, un Filo d’Arianna per affrontare la vita. In ciò sta la grandezza delle storie, ed è per questo che esse ci piacciono

Il termine “simbolo” è particolarmente importante. Il mito si può capire solo interpretandolo con una lettura simbolica. Per esempio, il mito di Prometeo, il semidio che “ruba” il fuoco agli dei per donarlo agli uomini, può essere letto come una semplice “storia”, ma in realtà è stato “inventato” per descrivere una delle tappe fondamentali per la storia dell’umanità. Dietro ogni avventura viene simboleggiato qualcosa di reale o di psicologico, ma tremendamente importante, e questo “qualcosa” è in realtà essenziale per il successo del testo che lo scrittore si propone di offrire al lettore. Infatti, anche inconsciamente, il lettore sa che nel testo c’è un “qualcosa” di nascosto. Si tratta di ciò che lo psichiatra Jung chiama “archetipi”, i tratti cognitivi ed emozionali comuni a tutti gli esseri umani.

4.2.

Vediamo di tracciare lo schema presente in ogni racconto di avventure. Il testo utilizzato è “Il viaggio dell’eroe”, di Chris Vogler (sottotitolo: La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e cinema, Roma 1998).

Secondo Vogler, tutti i racconti “sono costituiti da alcuni elementi strutturali comuni, che si trovano universalmente nel mito, nelle fiabe, nei sogni e nei film”. Vogler li raccoglie in ciò che chiama il “Viaggio dell’eroe”. Tutti i miti, tutte le storie sono, in pratica lo stesso schema ripetuto infinite volte. Si tratta di un modello universale, presente in tutte le culture.

Il potere universale delle storie basate sul “Viaggio dell’eroe” deriva dal fatto che queste ricalcano un specie di “mappa della psiche umana”. “…Affrontano le domande tipiche dell’universo dei bambini: chi sono? Da dove vengo? Dove andrò quando morirò? Cosa è bene e cosa è male? Cosa devo fare riguardo a ciò? Come sarà il domani? Che fine ha fatto il mio ieri? C’è qualcun altro là fuori?”.

4.3.

Fondamentalmente, ogni storia di eroi è sempre un viaggio: un eroe si allontana dal suo abituale luogo, dove conduce la sua vita “normale”, simile a quella di altre persone. L’eroe precipita in un mondo sconosciuto, “anormale”, e si trova a dover affrontare delle “prove” per ottenere il “ritorno nel mondo ordinario”. Ovviamente, vi sono nemici da affrontare e alleati. La parola eroe deriva dal greco e “viene da una radice che significa “proteggere e servire” (guarda caso, è il motto della Polizia di Los Angeles).


FASI COMUNI A TUTTE LE STORIE DI AVVENTURA
(O “ROMANCE”):

1) Mondo ordinario

2) Richiamo dell’avventura

3) Rifiuto –o paura- del richiamo

4) Incontro con il Mentore (il Mentore è una Guida esperta che l’eroe trova nel cammino, o si presenta spontaneamente per aiutarlo)

5) Varco della Prima soglia (il passaggio al di là del mondo ordinario)

6) Prove, alleati, nemici

7) Avvicinamento

8) Prova centrale (o combattimento nella Caverna nascosta)

9) Ricompensa

10) La via del ritorno

11) Resurrezione (prova di Purificazione)

12) Ritorno con l’Elisir (l’oggetto del viaggio: il fuoco per Prometeo).


Descrizione delle fasi
. (con esempi)

“La maggior parte delle storie proietta l’Eroe da un Mondo ordinario a un Mondo stra-ordinario, nuovo e sconosciuto”. Alcuni esempi filmici di “pesce catapultato fuor d’acqua”: Il fuggitivo, Mr. Smith va a Washington, Il mago di Oz, Witness, 48 ore, Una poltrona per due, Beverly Hills Cop, E.T.

In Witness (Il testimone), vediamo sia il poliziotto di città (Harrison Ford), sia la madre Amish col figlio proiettati fuori dal loro mondo usuale.

In Guerre Stellari vediamo Luke Skywalker annoiato della sua vita di agricoltore prima di partire per affrontare l’intero universo.

Lo stesso accade nel Mago di Oz, che indugia nel descrivere la vita normale e grigia nel Kansas di Dorothy, per poi trasportarla nel meraviglioso mondo di Oz. Così in Alice nel paese delle Meraviglie.

Esempi letterari: Il deserto dei Tartari, La Divina Commedia, L’Orlando Furioso, Cime tempestose, Frankenstein, L’Altra parte di Alfred Kubin,


4.4.

L’Eroe è una specie di “finestra aperta” sugli spettatori. Un personaggio ben congegnato deve portare il lettore a identificarsi con lui, sia esso positivo, oppure un eroe negativo.

Per questo motivo la sua “entrata in scena” è un momento che deve essere sottolineato drammaticamente, fornendo al lettore la chiave per identificarsi col protagonista, rendendo quest’ultimo portatore di “obiettivi, spinte, desideri o bisogni universali. In ogni caso il lettore vuole storie vere, non nel senso di realiste, ma nel senso che, al di là dell’ambientazione del testo e del succedersi degli eventi, il protagonista deve sempre rappresentare situazioni e sentimenti presenti nel cuore e nella vita di chi legge” (o di chi vede, al cinema o a teatro).

Ovviamente l’eroe deve anche essere una persona che agisce. Il dinamismo è anzi uno dei suoi tratti fondamentali, ed è da evitare l’errore di renderlo indeciso proprio nel momento centrale o finale. L’indecisione dell’eroe è una costante, ma solo all’inizio della storia. (fase 3)

Antieroe. Antieroe non è il nemico dell’eroe ma un genere particolare di protagonista, come il “fuorilegge” o il “cattivo”. Antieroi di diversi tipi

  1. “Personaggi che, pur agendo da eroi tradizionali, siano cinici o amareggiati” come il Philip Marlowe di Raymond Chandler, o il protagonista de Il fu Mattia Pascal di Pirandello o de La coscienza di Zeno o de Il Gattopardo.
  2. “eroi tragici, personaggi sgradevoli come Macbeth o Scarface”;
  3. Giovani bruciati.

Variante: l’eroe solitario, nel western, e in romanzi come L’Isola di Arturo.

Sacrificio. “Generalmente si ritiene che gli eroi siano forti e coraggiosi, il che può essere vero, ma queste virtù vengono dopo un sacrificio. –La caratteristica principale dell’eroe consiste nel rinunciare a qualcosa di importante, persino alla sua stessa vita, in nome dell’ideale o del bene della comunità”.

Aiuti e doni. La figura del vecchio Saggio è una delle altre fondamentali costanti del Viaggio dell’eroe. Pensiamo alle figure di Mago Merlino nel ciclo di Re Artu’, al Virgilio di Dante (anche se suona riduttivo ridurre la Commedia ad Avventura, tuttavia l’uso del termine Commedia –insieme a quello dell’italiano, avvicina l’opera di Dante al genere letterario di cui ci stiamo occupando. Il Mentore, o Vecchio saggio che aiuta l’eroe è una figura talmente decisiva che la ritroviamo ovunque, anche in film come Guerre Stellari, o nella serie di James Bond (dove il Vecchio Saggio è rappresentato dal Dirigente del Dipartimento tecnologico dei Servizi segreti, il quale in ogni film fornisce a Bond le armi necessarie ad affrontare e superare le prove). Il Mentore fornisce consigli e doni (che possono essere armi). Regola importante: i doni devono essere conquistati dall’eroe attraverso lo studio, l’impegno, il sacrificio. Un cattivo scrittore si limita a consegnare all’eroe un elenco di oggetti o consigli, ma come se fosse un pacco postale arrivato “normalmente” o per misteriosi motivi…

Costruzione del testo. A questo punto occorre parlare di riso e di pianto. Nella narrativa di avventura vale l’antica regola: “falli piangere molto, lasciali ridere un po’”. Gli eventi si devono succedere evitando il pericolo della piattezza, e lo scrittore deve, non solo riuscire a coinvolgere emotivamente il lettore in ogni punto del testo, ma anche riuscire ad alternare con saggezza gli stati d’animo nei quali il lettore si verrà a trovare.

Anche per questi motivi è bene rendere il Mondo ordinario dal quale il viaggio parte “il più diverso possibile da quello Stra-ordinario, così spettatori ed eroe subiranno un cambiamento impressionante quando la soglia sarà finalmente varcata. Nel film Il mago di Oz il cambiamento è segnato nettamente dall’uso del bianco e nero all’inizio, e del colore quando Dorothy varca la porta del nuovo mondo di Oz.

N.B. A volte l’Al-di-là viene lasciato presagire da una situazione iniziale. A volte il presagio parte da una descrizione di una realtà “troppo” reale, o iperreale.

Costruzione del personaggio. Ogni buona storia deve porre una serie di interrogativi sull’eroe: come è davvero? Riuscirà a vincere se stesso e ad accettare la sfida di attraversare il mare sconosciuto? Vincerà il cattivo? Vincerà il Nulla eterno che lo blocca? (come ne Il deserto dei Tartari). In genere “ogni eroe ha bisogno di un problema [e una vita] interiore e di un problema [e una vita] esteriore” (…) “I personaggi senza sfide o percorsi interiori appaiono piatti e non coinvolgenti, per quanto eroicamente possano comportarsi”. (op. cit. p. 71). Devono presentare delle complicazioni, piccole o grandi, che li umanizzino: difetti fisici, morali, caratteriali… Così è dall’Achille dell’Odissea (vulnerabile nel piede) a Superman, vulnerabile alla Kriptonite.

Situazioni, luoghi.

Perché così tanti eroi passano molta parte del loro tempo in banchetti, nei saloon, nei bar, bevendo? “La risposta sta nella metafora della Caccia nel viaggio dell’Eroe. Dopo aver lasciato il mondo ordinario del villaggio, i cacciatori si dirigono verso uno specchio d’acqua per cercare le prede (…) Lo specchio d’acqua è un luogo di raccolta naturale e un buon punto per osservare e ricavare informazioni. Non a caso i saloon, pub, bar vengono chiamati in gergo watering holes (specchi o buchi d’acqua)” (p. 105)

Il Mutaforme. Il Mutaforme è un archetipo fondamentale, che funziona come richiamo di ambiguità, sessuale, caratteriale o morale. Il Mutaforme pone nella mente del lettore (più che in quella del protagonista alcune domande: “quella persona sarà un alleato o un nemico?”, “quella splendida donna con chi si fidanzerà?”. Non a caso il tipico Mutaforme è la femme fatale. Il passaggio di forma viene di solito lasciato presagire dall’uso di particolari: la persona cambia abiti, cambia pettinatura, è nervosa…

Nemici, guardiani, la Prova centrale (fase 6-8). In queste fasi della narrazione gli eroi incontrano la maggior parte dei coprotagonisti e dei nemici. Dopo il passaggio della Prima Soglia, custodita da un Guardiano (come avviene in molte storie delle Mille e una notte, come avviene alla Porta dell’Inferno di Dante), il primo archetipo del nemico è l’Ombra, archetipo demoniaco quasi sempre accompagnato da una ciurma di scagnozzi, tra i quali figurano l’Imbroglione (Il Gatto e la Volpe in Pinocchio), l’Assassinio sanguinario etc.

Un particolare tipo di nemico è il Rivale, che può essere il rivale d’amore, il rivale in affari, il rivale in una gara sportiva.

L’incontro col Rivale scatena una serie di azioni legate ai temi della gelosia e del corteggiamento, le quali possono far parte dell’obiettivo stesso del Viaggio, oppure rappresentano un intreccio laterale della storia principale, utilizzato come alleggerimento del dramma.

Al termine dell’Avvicinamento alla Prova centrale gli eroi devono prepararsi al combattimento. Come i loro nemici, possono utilizzare degli stratagemmi e dei trucchi. Uno dei più utilizzati è quello del travestimento. Come i greci riescono ad entrare all’interno di Troia solo grazie al Cavallo costruito da Ulisse, così l’eroe deve in qualche modo “entrare nella testa del suo nemico” per meglio batterlo.

Il segreto della Prova centrale sta nel ciclo Morte-Rinascita. In ogni duello finale c’è un punto nel quale l’eroe rimane ferito o comunque sembra battuto e disarmato, ma è proprio a questo punto che l’eroe si dimostra in grado di “risorgere” utilizzando le armi “segrete” fornite dagli aiutanti o dal Vecchio saggio, utilizzando qualche trucco, o la sua intelligenza, la forza e il coraggio.

climax

Prova centrale

prima soglia via del ritorno

Primo atto secondo atto terzo atto


PICCHI DRAMMATICI

Il diagramma di sopra può essere modificato in diversi modi, ad esempio in narrazione con crisi “ritardata”. In quest’ultimo caso la crisi -o prova centrale- avviene quando la via del ritorno è già iniziata e può coincidere con ciò che a Hollywood si chiama Showdown, o “resa dei conti” finale.

Finale. “La forma più diffusa di storia sembra essere quella circolare o chiusa, in cui la narrazione torna al punto iniziale. In questa struttura potresti riportare l’eroe letteralmente al punto di inizio”.

I “lieto fine” o happy end accomunano le storie di Hollywood con quelle delle fiabe. Si tratta di una sorta di “diploma” o attestato di “raggiunto perfezionamento”. I matrimoni sono un canone tradizionale per finire una storia perché “rappresentano un nuovo inizio, la fine di una vecchia vita da soli e l’inizio di una nuova, come parte di un nuovo nucleo”. (op. cit. 158).

Gli intrecci secondari (subplot) dovrebbero essere ripresi, e non rimanere sospesi all’interno della storia: “i subplot dovrebbero almeno tre “scansioni” o scene, distribuite nell’arco della storia” in ognuna delle sue tre parti (op. cit. p. 163).

D’altra parte occorre evitare i finali pirotecnici, con diverse soluzioni che finiranno inevitabilmente per confondere i lettori. Anche in questo caso può valere una regola d’oro di Hollywood: KISS!, ovvero: keep it simple, stupid! Ovvero: falla semplice! Vai al dunque!

Altro errore tipico: troncare troppo presto la storia dopo il climax.

Ma il problema più importante è evitare che alla fine non ci sia una risoluzione chiara ai problemi e alle domande posti nelle prime due parti della storia. L’autore deve essere in grado di rispondere ai quesiti che lui stesso ha sollevato: “una storia d’amore non può risolversi nella denuncia della corruzione del governo. Lo scrittore ha perso il filo” (op. cit. 164). Il finale “aperto”, insomma non consiste nell’eludere i problemi, ma solo nell’alludere a nuove storie.






Postato da: PaolodellaSala a 18:29 | link | commenti (1) |

31/07/2004
PITONVILLE -Cap. 1

La città blu

ovvero

Pitonville

Disavventure di un turista in Riviera.

Testo di Paolo della Sala

Da questa parte polli allo spiedo

(scritta murale vicino a una spiaggia)

Quando scendo dal treno vengo sorpassato a destra e sinistra da turisti meno sudati e più scaltri di me, così resto da solo sul marciapiedi. Mentre scendo le scale e m’incammino nel sottopassaggio mi pongo la domanda atavica del turista in Liguria: è questa la direzione giusta per la città e il mare, oppure sto andando verso la periferia e i monti?

Ho avuto fortuna: alle mie spalle occhieggia la stazione, appesa come una stalattite alla volta del cielo.

Davanti a me si allunga una strada con dei portici in cemento: sembro un albero di Natale circondato come sono da borse, pacchi, pacchettini. In realtà è estate, la sera è calata, c’è caldo e ho finito le sigarette.

Strisciando sotto i portici m’illumino d’immenso quando vedo un’insegna “Bar tabacchi”. Un gruppo di giovani dialoga in quel dialetto stridulo attorno a tavolini dove altéri vecchietti sono intenti ad accapigliarsi per una partita a scopone.

Dietro il banco tabacchi si erge una signora nera vestita di nero, grassa e siciliana. Dico Camel filtro e invece quella guarda un altro al mio fianco chiedendo Alua? in tono spiccio. Non è siciliana, dunque.

Il tipo vicino a me è indimenticabile. Avrà diciotto anni, è sormontato da una testa larga e imponente con capelli biondo rossicci alquanto arruffati. Il volto è completato da occhi chiari e una barba leggermente più rossa dei capelli, lunga come quella di un ebreo askenazita. Di corporatura robusta, mostra sull’alto banco di vetro mani sottili e raffinate, da violinista, mentre con lo sguardo oscilla in cerca di prodotti. Mi rendo conto che se la mia vita entrasse in collisione con quelle mani gentili verrei smentito dal resto del suo corpo e finirei spiaccicato come la larva di un moscerino. Tutto il suo essere mostra questa contraddizione e oscilla e pencola tra uno sguardo dominatore e un secondo tono più impacciato e tremulo.

E’ dotato di una voce bassa e omerica, non distinguo bene le sue parole anche perché, a parte la formula alchemica “Marlboro”, non dice nulla. Con le mani freneticamente esplora i dintorni del banco, con i depositi di caramelle e accendini, finché non seleziona un accendino rosso e un pacchetto di liquerizia. Mentre posa sul banco i prodotti scelti, si produce in un altro imbarazzante silenzio poi, quando io e il donnone siculigure lo fissiamo ormai senza ritegno, dichiara la richiesta finale, intanto che deposita una banconota:

Rizla …due pacchetti.

La donna (dovrei dire “donnolona”, perché ha una faccia furba da faina) resta impassibile come un boia. Si volta, afferra i due pacchetti, si gira di nuovo verso di noi, posa le cartine e con un colpo di mano afferra il denaro mentre dice con tono ironico e insieme blasé:

Stasera andemu in orbita?

L’altro, che aveva forse previsto il vile attacco, finge di non aver sentito e si accartoccia prendendo il resto. Poi si tuffa e affonda nella notte.

Capisco di essere finito in un posto strano.

Esco dal bar alla ricerca di via Primo maggio, dove abita Silvia-dagli Occhi-Azzurri, la ragazza che mi ospiterà (spero).

Silvia è bella, abbiamo passato insieme l’infanzia, nel mio corpo c’è una sua fotografia, i nostri genitori sono amici, ci sentiamo come si può farlo oggi: io a Milano lei qua. Quasi laureati, fuori moda coi nostri gsm senza video, usiamo il computer per spedirci e-mail, leggiamo romanzi dell’Ottocento, scriviamo poesie (più io di lei) e cerchiamo di guardarci intorno senza paura, anche perché siamo ricchi (più lei di me).

Non la vedo da due anni almeno. Si è trasferita in Riviera, dopo aver finito gli studi, e si guarda in giro. Io invece sono rimasto a Milano per un tempo lunghissimo: cinque o sei esami. Poi, complice un caldo afoso e una solitudine glaciale, ho accettato il suo invito di vedere la villa che i genitori le avevano comprato come regalo per una tesi di laurea in verità ancora innata.

La strada risuona di parole e imprecazioni lombarde mischiate e frammentate con il bordone argentino/cupo del genovese. Bambini e anziani, intenti nel passeggio, recano occhi umidi e guance gonfie e sono gli unici a evitare parole e imprecazioni, perché si industriano a camminare senza urti mentre si dedicano alla lappa del gelato serale.

La casa di Silvia è circondata da un muretto sormontato da un’alta inferriata e un cancello dipinto di verde. Scorgo un parco con alberi dal fogliame fitto dietro il quale scintilla una villa neoclassica con uno scalone in marmo bianco, tanto ricco quanto non ostentato. Suono al citofono, un breve squillo. Ciao, risponde l’apparecchio con uno straziante volume carico di decibel e fruscii. Rispondo Ciao, al che l’altoparlante ordina:

Vieni più vicino!

Accosto il naso al microfono. Ma la voce strilla No! ...Così è troppo vicino, non si vede niente!

Molti passanti mi hanno adocchiato, evidentemente sperano che la faccenda prenda un risvolto interessante. Così rallentano e quelli che vengono dietro finiscono per ingarbugliarsi nell’intrico di gambe e sandali che si è formato.

Sei un amico di Silvia?

Così mi sembra, lo confermo cercando di sussurrare appena, nonostante il rumore e il nervosismo che m’assale. Cerco anche di stirare le labbra ed esternare i denti in un sorriso falso da divinità egizia, dato che ho visto il buco nero di una telecamera da videocitofono. Ma dall’altra parte, dopo gli iniziali e turgidi volumi da concerto rock, è iniziata una strategia del silenzio. E’ sera e sono digiuno da un pezzo, i bagagli pesano e mi regalano perle di sudore che si intersecano sotto la camicia facendomi un solletico dell’anima mentre cadono verso il basso. Purtroppo non posso intervenire con le unghie, perché ho le mani occupate dalle borse.

Come ti chiami?, riprende a dire quello. Sto per arrendermi e tornare a Milano, quando sento (insieme al pubblico) un forte trambusto, il rumore di una sberla sulla nuca (così sembrerebbe), con un successivo Ahi e uno sbattere di piedi in corsa. Alla fine della sequenza sento finalmente la voce di Silvia in versione dodecafonica.

Sei tu? Scusami. Mio fratello piccolo è un rompiscatole: la mamma lo ha addestrato insieme al cane contro quelli che bussano alla porta per vendere... Sai com’è...

So com’è. Sono entrato, cammino nel parco che adesso scintilla perché qualcuno ha acceso una luce. Mi sento un volgare zappatore quando sollevo gli occhi e m’inebrio della celeste Silvia, appoggiata alla balaustra che sovrasta la scala in marmo bianco, coi capelli neri ondulati che scivolano a cascata dall’alto verso me.

Offre un bacio cortese e mi precede in un salone dal quale inizia una fuga di scale e stanze a dedalo. Seduti su cuscini alcuni ragazzi e ragazze mi salutano. Non so che dire e Silvia non mi presenta. Mi limito a un ciao, pronunciato guardando il muro. Per fortuna lei mi prende per mano e si dirige verso la cucina. Di là, finalmente soli. Mi bacia ancora una volta, mi fa posare la borsa, offre un avanzo di cibo.

Sei stanco, dice, e senza aspettare risposta mi porta nella mia nuova camera, poi mi trascina verso un bagno, indica la doccia e annuncia:

Noi usciamo. Ti lascio da solo con la belva...

Non ci vuole molto a capire che sta parlando di suo fratello.

…Non aver paura: di sera sta davanti alla tv, non abbaia nè morde… Neanche ti vedrà. Fa’ come vuoi. Se preferisci, raggiungici qui dietro, e suggerisce il nome di un bar.

..Fatti la doccia, ripete, e scappa via. Forse puzzavo davvero, quindi è meglio restare a casa.

Invece sono uscito, ma ovviamente non ho trovato Silvia e i suoi amici. Così ho girato a vuoto nuotando tra la folla che cominciava a crescere mano a mano che si avvicinava la mezzanotte.

Le auto strombazzavano e stridevano in coda, sulla passeggiata a mare. Comnque ho trovato un luogo tranquillo, un bar affacciato su una baia lunare. I tavolini sono sparpagliati con rassicurante casualità davanti a un muretto che recinta la lingua di spiaggia. Giovani seduti sul muretto bevono birra e caipirinha. Dentro il bar invece si recita la solita storia: musica terrificante sputata da un apparecchio presleyiano sintonizzato su una radio egemonizzata da dj gracchianti. Un anonimo bancone provvede allo smistamento di birre e caipirinhas. C’è una schiera di astanti in piedi (il bar è piccolo) in attesa di pagare oppure intenti a guardarsi reciprocamente il sedere e le tette, cosa impossibile da fare all’esterno, perché c’è troppo buio. Io scelgo di andare fuori, ma non tutti la pensano come me.

Al riparo del muretto basso e sbrecciato l’aria è densa, oppiata dall’oscuro mare e ancor di più dall’alcol e dall’erba (con la brezza, arrivano dense zaffate dalla spiaggia). Centinaia di persone strisciano sulla sabbia: ragazzi, famigliole con bambini al seguito, anziani venuti ad arenarsi al fresco. Fanciulle si tuffano ignude nelle onde, gli onfali esposti alla luce stellare rendono pazzi i portatori di testosterone, da un materassino all’altro passano bottiglie di birra e baci sguisciolenti, due piccoli sono intenti alla pesca con la canna. Ma tutto ciò avviene a sufficiente distanza. Il mio angolo è tranquillo: soltanto due maschi senza età né volto, seduti su una panchina vicina al mio tavolo. Posso sentirli mormorare mentre mi rilasso guardando la striscia di luna, le lampare all’orizzonte, il tic tac delle barche all’ormeggio e il frusciare dell’onda sulla riva.

Uno ha l’accento ligure con una sfumatura emiliana, l’altro invece è un bauscia come me.

…Non lo conosci? Eppure è da un po’ che vieni qua.

Ma chi?

L’Hotel Sbucciamaschi ...noi lo chiamiamo così. E’ un quattro stelle davvero schifoso, pieno di ratti e caro da morire. Si trova nel posto peggiore della città, in mezzo alla strada principale, anche se dagli ultimi piani si vede il mare. Il cibo poi è davvero orribile: un amico mi raccontava che qualche anno fa tutti i clienti si sono impestati di escrescenze purulente. Il giornale del Comune sentenziò che si trattava di eritema, in realtà la pelle si era ridotta a pizza margherita per via di un collasso di fegati dovuto al menu. Conosco il cuoco, è un vero torturatore…

…E perché allora è l’albergo più pieno della città?, replica l’altro.

Il proprietario abitava a Milano, è uno che conosce un sacco di gente giovane, perché aveva una palestra. Così ha invitato le più belle donne della città, spargendo la voce che si trattava di giovani signore senza marito al seguito. A loro non faceva pagare niente… E casualmente l’albergo si riempì di uomini di ogni genere, giovani e anziani, con famiglia e senza. E questi pagavano come banche intanto che accorrevano come mosche, tanto che in un paio di anni l’hotel a fianco ha dovuto chiudere…

Caspita, è fantastico vivere in un posto così!

Vuoi dire pieno di belle turiste? Guarda che paghiamo caro tutto ciò: con la scusa del turismo, qui tutto si è fermato. Non ci sono scuole, le fabbriche chiuse non riaprono, tanto ci si fanno seconde case per voi milanesi e il pane costa come un gioiello di bulgari… Non ti stare a credere, amico.

Parlano d’altro, poi si alzano per andare via. Sento il tipo con l’accento milanese chiedere:

... Qual è il nome dell’hotel?

Mi alzo anche io: abbandono sul muretto il bicchiere vuoto, decido di tornare a casa. Suono il citofono. E’ l’una passata: Silvia mi apre, mezzo addormentata. Dice, Ah! Sei tu.

Vado a letto. Prima di dormire leggo un vecchio fumetto Disney anni ‘60, comprato a una bancarella di Corso Garibaldi.

Il giorno che viene dopo è sole, cielo azzurro, maestrale, spiaggia, focaccia, giornale, occhiali scuri, spiaggia, sdraio.

Finalmente ho capito la geometria del posto: Pitonville è divisa in due zone, la parte antica e quella moderna. Il centro storico si trova su una isola di pochi chilometri quadrati (grande come Capri), ed è occupato per metà dalle ville dei milanesi che esulano ogni fine settimana. Ogni villa è circondata da un parco, ogni parco da una inferriata che ha in cima “cocci aguzzi di bottiglia”, cioé telecamere e i sensori dell’antifurto. In cima alla collina che compone l’isola si erge una struttura orribile, un palazzo grande come un grattacielo a forma di piramide in cristallo. Attorno alla piramide vedo i resti di una cinta di mura e la struttura a spirale del borgo di pescatori che formava la città fino ai primi del ‘900. L’isola è ancorata alla terraferma tramite un lungo ponte di ferro sul quale transitano auto e persone, e grandi camion che recano sul dorso megayacht di ritorno dal rimessaggio (il porto è sull’isola). La città nuova si estende sulla terraferma con una passeggiata sbeccata dal tempo e dalle mareggiate, e una spiaggia sabbiosa alle cui spalle vi è il carruggio dove c’è la villa di Silvia. Dall’altro lato v’è una collina a picco sul mare, piena di alberi e villette.

Più a monte inizia la città nuova, un’arida e lunga distesa di case dal volto di crotalo, grame anche per Quarto Oggiaro.

Siamo arrivati ai bagni dove i genitori di Silvia hanno una cabina. Siamo accaldati: in un lampo ci slanciamo oltre la boa, in mezzo a uno stormo di barche all’ormeggio. All’orizzonte si scorge il profilo di un monte che affonda in acque verdastre. Le voci della spiaggia sono lontane, e sul resto del mondo calano nuances biancastre, a causa di una leggera foschia. Ci sentiamo come foglie alla deriva, come Narciso e Ofelia oppure Robinson o i due di Laguna blu -insomma: con un brivido di poesia-, quando i nostri nasi incrociano un profumo acre. Infatti siamo finiti in una laguna di nafta che si incolla sulla pelle. Più in là inizia una barriera corallina di corpi morti e residui di pannolini: senza accorgercene siamo finiti nel porto. Disgustati e sputazzanti torniamo indietro. Silvia dice che è meglio risalire in moto, attraversare il ponte e andare sul molo del porto, da dove si può scendere lungo gli scogli e nuotare nel mare aperto.

Mi regala un Avvertimento Fondamentale:

La spiaggia è comoda, ma piena di cacca.

Veramente è l’unica cosa che non ho visto galleggiare, replico.

Non intendevo quella cacca. …Vedi l’acqua, com’è bassa? La sabbia sta riempiendo tutto, ormai è una palude, da qui fino all’isola, e quando la baia sarà completamente insabbiata, aggiungeranno un po’ di terra, cementeranno il tutto e costruiranno migliaia di seconde case vista mare…

Silvia sottolinea che comunque, finchè la lasciano stare, lei qui sta bene. Si giustifica: m’ha portato in quel tratto di spiaggia perché si era ricordata che non sono un gran nuotatore, pensava che mi sarei sentito più a mio agio nella melma prodotta dai piedi e dalle barche di “quei cazzo di milanesi”.

Mi chiedo: e lei non è milanese?

Abbiamo raggiunto il molo, sul quale arrivano zaffate di sardine decomposte. Mi guardo intorno: nel porticciolo, all’interno della diga foranea, un paio di yacht convive con una decina di pescherecci. Immagino di sapere da quale tipo di barca provenga il lezzo. Saliamo una scaletta impervia e scivolando sotto un corrimano che conduce a una madonnina Stella Maris scendiamo in un piccolo spiazzo dove c’è posto per l’asciugamano e dove una roccia liscia scende fino al mare.

Non ti tuffare, se non conosci gli scogli sommersi: qui l’acqua è pulita e c’è gente simpatica, dice Silvia togliendosi la camicetta e ballonzonando con le tette sotto il naso dei presenti storditi dal sole. Evito di guardare dalla sua parte, cerco di fissare l’orizzonte: ci si sente meglio se si sposta lo sguardo sull’infinito. Mi sto innamorando di questa cittadina.

Silvia ormai è un’indigena, ha amici, sa come parlare e dove andare. Io invece ogni volta che arrivo in Liguria mi sento un pesce fuor d’acqua: appena apro bocca, lascio sfuggire cadenze e nasalità lombarde che si combinano a meraviglia col mio pallore diffuso e i capelli che sembrano usciti da una lavatrice a gettone, tanto sono biondicci e radi. Il fatto è che è estate, e il mare è fatto per denudare e svelare le persone. Inoltre quando indosso il costume ostento una magrezza da modella, senza per questo sentirmi bello, e se mi metto a parlare, sbaglio tutto. Turisteggiare è una tensione continua: qui non servono studi letterari, glottologia o tensioattivi mentali, per sembrare scaltri e colti. Ti guardano di traverso appena compari all’orizzonte: parlottano tra loro, immagino stiano scommettendo se sono un Bauscia bergamensis o un Pirla mediolanumensis. Quando arrivi a portata di tiro, ti fucilano con una battuta, ridacchiano comprensivi alle tue cortesi repliche e ti lasciano agonizzare e arrossire come un’aragosta sulle loro spiagge finché non ti ripresenti al casello o sul terzo binario mentre batti in ritirata verso Milano. A me succede così, ma conosco ragazzi che vengono da queste parti con un’arma micidiale: mostrano continuamente agli indigeni il portafogli, la moto nuova, l’auto, le griffe sui vestiti, espongono la ragazza come un trofeo, e così riescono a ottenere silenzio e una specie di rispetto. Ma, appena sono passati, alle loro spalle riprendono subito battute feroci, o peggio.

Di mattina sono uscito per comprare la focaccia. Le ragazze del forno erano piegate in due dietro il banco. Ridevano perché il cliente prima di me aveva detto |focaccia| a modo suo, visto che era tedesco. Così, pallido ma deciso, ho indicato la lastra dorata dicendo Due euro. Nessuno ha sorriso, ma nessuno m’ha deriso. La commessa era belloccia, con un naso ricco di curve e i capelli scuri e blandemente ricci che filtravano dalla cuffia azzurra. L’olio della focaccia aveva tracciato una lunga linea retta sul grembiale, all’altezza del petto, perchè ogni volta che lei si appoggiava all’alto banco di vetro per consegnare la focaccia ai clienti, poggiava i seni sul bordo unto.

Invece la commessa del giornalaio è bella come un sarcofago…

Ripensando alle sinuosità oleate della fornaia ho accettato di andare a fare il bagno sul molo del porto. Forse anche lei va lì. Siamo passati da un negozietto a comprare delle pesche e dell’altra focaccia, quando Silvia si è accorta che era già mezzogiorno:

Non c’è nessuno a quest’ora.

E nel pomeriggio a che ora arrivano?

Molto tardi, alcuni verso le quattro, altri alle cinque.

Ma cosa fanno fino a quell’ora?

Dipende: questa è una piccola città, i gruppi non sono separati per scuola, quartiere, professione dei genitori. C’è un branco unico, e la distinzione viene dal posto che frequenti. Sul molo c’è un gruppo di operai in pensione coi posti riservati, ciascuno con l’impronta del corpo scavata negli anni. Si presentano tutti i giorni, da maggio a settembre, che piova o ci sia il sole. Poi ci sono i miei amici e i greenmountains...

Chi sarebbero? dico.

Ragazzi di periferia, che abitano nell’entroterra. Non studiano e faticano a trovar lavoro, non è gente che si perde a guardar tramonti come me o te. Vanno in giro su motorini scassati, rubano la benzina, ogni tanto fumano e si fanno, ma non come i tossici di città ...Sono simpatici, direi che sono la parte più sana della città… Quando abitavo a Milano, nemmeno pensavo che esistessero tipi così: devi vedere come vestono e come parlano...

Si è messa a ghignare ma io comincio a preoccuparmi: non ho molte speranze di conversazione col volume scelto come lettura estiva, Il rosso e il nero di Stendhal, anche perché Silvia non l’ha letto. Un libro si legge per poterne parlare. Cosa vado a dire ai green?

...E non c’è nessuno che legge, che suona?

Ma certo, non siamo mica nel paese dei campanelli. I miei amici sono divisi in due: da una parte gli intellettuali, dall’altra i cani randagi...

E chi sono questi randagi?

Tipi atipici, li conoscerai...

A proposito di personaggi strani, le racconto la storia ascoltata al baretto la sera prima, quella sull’albergo dell’amore. Silvia ride. Siamo in cucina, da soli: i suoi genitori sono in vacanza in Argentina e il fratellino è in spiaggia, guardato a vista da una famiglia di amici. Possiamo parlare senza ritegno.

Mi chiede com’era fatto e come parlava l’uomo che raccontava la storia, e annuisce mentre lo descrivo, per quel che ho visto al buio...

E’ Mazzuolo, dice (qui tutti hanno un soprannome). E’ un raccontaballe.

Vuoi dire che s’è inventato tutto?

Cosa ci vuoi fare. E’ un cane randagio, vive di parole e birra. Quasi sempre allude al sesso -è la sua specializzazione-. Ma insomma: è meglio di Cervantes, visto che la gente gli crede. Sceglie i suoi polli con cura: quello di ieri era un milanese, no? Ed è così convincente che l’altro stasera andrà a informarsi sui prezzi dell’hotel, e magari ci si trasferirà. Forse c’è un accordo tra Mazzuolo e il padrone, tanto per guadagnar qualcosa senza far del male a nessuno, visto che non ha un centesimo. Ma che male c’è a vivere di piccole truffe, giocare a carte e bere qualche birra prima di crepare? E’ meno ipocrita vivere così, te ne renderai conto… I miei amici sono un casino sociologico. Devi conoscerli per capire questo posto.

Ci addormentiamo, poi ancora umidi di sonno saltiamo in bicicletta alla rincorsa di un tuffo nell’acqua fredda.

Risalgo la scaletta del molo e scivolo verso l’arenaria allisciata dal vento e dalle mareggiate. Vado a vedere da vicino la madonnetta tipo Stella maris, un vero romantic corner da linguinbocca esposto al mare, al vento e agli sguardi interessati dei genitori degli amanti o degli amanti degli amanti. Roba da foto di innamorati anni ’50. Da lassù lo sguardo oscilla sul mare spazzolato dalle bianche scie di Poseidone (soffia ancora un maestrale allegro), e si arena sulle montagne lontane e misteriose, circondate da lunghe ombre blu. Scivolando sotto il corrimano in ferro saltiamo sullo spiazzo dove stanno i frequentatori del molo. In venti metri di cemento aguzzo c’è un’intera tribù: in fondo i vecchi che discutono di politica, in mezzo i giovani che discutono di sport, verso la scaletta quelli come me che guardano il mare. Tutti quanti a intervalli regolari palpano con gli occhi una ragazza dalle tettine sguscianti e dorate che ondeggiano al sole.

Silvia mi presenta ai suoi amici: quattro ragazzi tra i venti e i trenta anni. Incredibile! Il primo è il consumatore di hashish macellato dalla battuta della padrona del bar tabacchi vicino alla stazione. Vorrei dirgli che lo conosco, so tutto di lui, o almeno qualcosa, poi penso che al suo posto mi spiacerebbe sentirmi ricordare un episodio così doloroso, e allora fingo di non averlo mai visto.

Ma lui non finge. Leo (così si chiama), dopo aver pericolosamente sbandato sulle tettine della ragazza sdraiata sul molo, riporta lo sguardo sulle onde che si infrangono sugli scogli. Poi mi guarda dritto in mezzo alla fronte, con occhi azzurri che sembrano di colpo duri e spietati come la fiocina di un baleniere, e spara:

Ci siamo già visti!

Indugio fingendo di non ricordare bene, per dargli un’altra scappatoia.

...Al bar vicino alla stazione, c’era una donnona dietro al banco ...la Angelina (specifica il nome ammiccando agli altri, che si dispongono al riso, come osservo dal fatto che le labbra cominciano a tendersi verso le orecchie). Io ho preso un pacchetto di cartine... Sai com’è questa società, non ti danno mai tregua: ci lascino almeno respirare un po’ di sano hashish. Invece quella bastarda... m’ha guardato scuotendo il capo come un carabiniere e mi ha bruciato, perché belin se una spara -Stasera andemu in orbita?-, dopo che le chiedi un pacchetto di Rizla, bisogna fare tanto di cappello, pagare e andare via in ginocchio.

Si guarda in giro per vedere la reazione degli altri: sono piegati in due sul cemento e si rotolano dal ridere persin troppo. Leo sogghigna soddisfatto dietro la barba. Dicendo la verità ha preso dei punti, invece di perderli. Da altre parti avrebbero occultato il fatto, oppure l’avrebbero raccontato con molta pietà per se stessi. Lui no: è un intransigente. Gli porgo la mano, è un grande. Dall’altra parte del molo si sentono voci che dicono Cosa avete mai da ridere..., ma senza il punto interrogativo in fondo.

E’ sera. C’è caldo. Siamo andati al ristorante, uno dei migliori, specializzato in cucina di mare: ricciòle, gamberi, cozze ripiene (qui le chiamano muscoli, come i francesi, che le chiamano moules. Ma in francese muscoli si dice muscles: qualche lettera si è persa nel viaggio tra Francia e Liguria. Perché?). Ovviamente non devo pagare niente perché la cena è offerta dai genitori di Silvia. Suo fratello mangia con gli amici che lo tengono (o detengono?) in custodia. Silvia ha diritto al ristorante, almeno di sera. Bravi genitori e ricchi, naturalmente.

Davanti a un risotto al nero di seppia ci sciogliamo, parliamo, ci guardiamo negli occhi: finalmente precipita al suolo sceverandosi in mille frammenti la cortina che si era sedimentata tra noi due, allontanandoci come legni alla deriva. Torniamo amici come prima, le dico:

Il mare ti fa bella.

Risponde:

Il mare ti fa stupido.

Ridiamo. Parla dei suoi amici: Gandino, Leo, Broni. Accenna alla compagnia dei musicisti, ragazzi di Milano e Roma che vengono in vacanza in un paese vicino, dietro il monte. Si attraversa una galleria e si arriva in un golfo tranquillo e isolato, dove arrembano per turismo famiglie meno ricche delle nostre. I ragazzi sono una ventina, suonano rock grunge tipo Nirvana, oppure R ‘n B o funky hip hop misto house. Ma alcuni di loro ascoltano e suonano groove di Davis, John Zorn, Dave Holland, Ornette Coleman. Qualcuno ha registrato dei Cd e suona in giro per l’Italia. Tutti fumano e si impasticcano di anfetamine, crack, miscele varie, forse perché è cosa tipica dell’ambiente musicale.

Per fortuna odiano ero e coca ...E tu sei sempre un puro?, Silvia dice.

Più o meno, rispondo, e ho quasi smesso di fumare le sigarette. Comunque non ho niente contro quelli che si fanno le canne, davvero: mi credi così malpensante?

No: una di queste sere andiamo a trovarli.

Il ristorante è riverso sulla passeggiata a mare, ogni tanto entra una sbuffata di smog, il rumore delle auto, e qualcuno si insinua per vendere qualcosa. Ma non si tratta di senegalesi o magrebini.

Il primo sembra un lord inglese. Si tratta di un anziano segaligno, efebico (gentile come un bambino), profumato e impomatato. In testa porta dei capelli lisci luccicanti e ancora neri, indossa un completo di lino color caki alquanto lindo e stirato, ha dei modi felpati e un cesto di vimini dal quale spuntano profumati mazzetti di gelsomini delle Azzorre, gardenie, rose.

Il signore fa il giro dei tavoli con la calma di una pervinca, senza chiedere e senza parlare. A che serve infatti? Proferisce un sorriso galante alle signore... Quando arriva al nostro tavolo precipito in grande imbarazzo: con la coda dell’occhio ho seguito i suoi movimenti e vorrei (è il Bene che bussa alla mia porta?) comprare l’intero cesto di fiori e donarli a Silvia. Ma capisco che lei non gradirebbe e resto immobile come lui. Così Silvia prende una banconota e la offre al gentleman, lui contraccambia con tre Dalie circondate da un mazzetto di fiori di campo.

Silvia mi guarda negli occhi, il signore si dissolve nella sera: è muto, ha il soprannome di un fiore.

Andiamo verso il Bar Barbanera, vicino ai Giardini pubblici, dove gli amici che oggi erano al porto bevono birra e parlano, parlano.

C’è anche Mazzuolo, che racconta barzellette e fa ridere.

Più tardi andiamo a piedi verso il Ponte e lo attraversiamo. E’ immenso come il Golden Gate, e terribile è il suo mare, visto dall’alto. Minuscoli sotto di noi, alcuni ragazzi si fanno trascinare dalla corrente: ogni tanto ne muore qualcuno. E’ una specie di prova di forza dei giovani locali, nuotare dall’isola verso la terraferma, sostiene Leo. Giriamo verso il baretto dove avevo incontrato Mazzuolo, vicino all’unica spiaggia dell’isola (la cui costa è per lo più rocciosa), e ci sediamo a bere e parlare. Torniamo a casa verso le due, sono ubriaco, o fingo di esserlo, e ondeggio verso Silvia. Arrivato in cima alla scala della villa la bacio su labbra che restano chiuse. Mi guarda con occhi accesi domandando

Vuoi morire giovane?

Il giorno seguente il tempo è caliginoso: una velatura biancastra, diffusa, fastidiosa per gli occhi perché la luce del sole rimbalza in migliaia di gocce sospese nell’aria. Al largo nuvole nere si aprono sul mare in pozze d’acqua, come uova infrante su un piatto. Mi ritrovo alle sette di sera che la giornata è già passata. Non ho pranzato con Silvia, è andata via senza aprire la porta gridando che ci saremmo visti “verso sera”. Ho dormito fino a tardi, ho mangiato un pezzo di focaccia del giorno prima e sono tornato sul letto a leggere un libro del padre di Silvia, sulla Liguria nell’età bizantina e longobarda. Per quasi un secolo greci e longobardi si sono fronteggiati sulla linea dell’appennino. Cosa andavano cercando in questo fazzoletto di terra? Il potere, i soliti miraggi della storia? Stranissimo scoprire che questi paesi sono divisi in due, a partire da quella lontana guerra. Persino nel modo di dire no i liguri divergono. Come i francesi dell’oc e dell’oil, e in barba al dantesco italico luogo dove il suona, in Liguria è il no che segna la realtà. E infatti quando negano dicono |nu| oppure |na|, indifferentemente. Ma il nu deriva dall’oύ greco, e il na dal nein tedesco. Ciò significa che le due comunità si sono mischiate solo in apparenza, com’era successo in precedenza tra celti e romani. Ecco perché i liguri litigano in continuazione tra di loro, sostiene il libro.

Scopro che la percentuale di cause civili in Riviera è tra le più alte al mondo: liti che si trascinano per cinquanta anni, e siccome molte riguardano terreni e case, l’intero territorio e una sorta di veto incrociato. Su un cancello, qualcuno ha apposto il seguente cartello:

Vietato l’accesso agli estranei.

I trasgressori verranno mangiati.

Come si dice, poi: tra i due litiganti il terzo gode, e il terzo è un milanese. Leggo infatti in un altro libro che un terzo delle case rivierasche appartiene ai non residenti: un altro caso unico al mondo, escludendo le colonie.

Qualcosa ho imparato. Prima di uscire mi siedo a suonare il pianoforte del fratello di Silvia, poi mi dirigo verso il porto, in cerca di qualcuno con cui parlare. Il mare è liscio, le barche tornano a terra inseguite dai gabbiani, c’è una lunga coda di gozzi, motoscafi e yacht, utili per fare il bagno dove l’acqua è pulita. Arriva una barca carica di sub.

Trovo Mazzuolo, riverso nel suo “posto personale”, un fazzoletto di cemento aguzzato dalle mareggiate autunnali. Ogni tanto si tira su e guarda con occhio consumato ragazze e orizzonte, rincalzando gli occhiali sul naso a goccia.

...Per fortuna sono ancora vivi…

Chi? Che?, annaspo io, cadendo dalle nuvole.

I sub: non stavi guardando laggiù? …Pensi sempre a Silvia, Milàn? Coraggio!-, e mi dà una pacca sulle spalle esili e ustionate, procurandomi un doppio rossore.

...I sub?, chiedo con fare svagato.

…Sì, quei tipi che vanno a seppellirsi nell’acqua. Quasi tutti milanesi come te.

Davvero? Non ho mai visto sub milanesi sul metrò...

Ma sì, quando c’è la nebbia escono con maschera e pinne, li ho visti anch’io, in piazza Duomo…

Forse erano vigili mascherati: guarda che a Milano non c’è neanche più la nebbia, figurati i sub. Sono tutti occupati a fare i soldi necessari a scappare via il fine settimana. ...Però è vero che andiamo a caccia di sensazioni forti. Io so nuotare appena eppure ho già fatto delle immersioni con la bombola, e devo confessare che mi è piaciuto…

Bravo, io invece non ho mai messo la testa sott’acqua. Li vedi quelli sulla barca? Sono ragionieri di Verbania che ogni settimana vanno sul relitto ad annegare…

C’è un relitto?

Sì, una nave affondata durante una tempesta, posata su un banco di sabbia a un chilometro da qui, più o meno dove c’è quell’altra barca. E’ piena di cernie e gronghi, e fa fico andare per cernie. Bisogna avere la muta di armani, è chiaro, e le pinne northsails… A quel punto puoi tuffarti, in bello stile, ovviamente. Tutto perfetto come i corsi in piscina a Voghera. Peccato che ogni tanto qualcuno rimane laggiù, e quando lo trovano e lo riportano a galla è gonfio come un polpo. Non è un bello spettacolo… Ti dirò: se vogliono crepare lo facciano pure, ma non qui davanti, nell’acqua dove faccio il bagno.

Io mi schermisco, imbarazzato. Dico:

Scusami se sono milanese, non mi tufferò più al largo…

Sto vaneggiando, è chiaro, ma l’altro tira dritto e aggiunge, con l’aria saggia di Omero quando incontrò Penelope in un bordello di Itaca:

Non è colpa tua. Il mare è pieno di sorprese, e io le conosco tutte…

Ma come, replico con un singulto di orgoglio, …se hai appena detto che non sai nemmeno nuotare…

Perché conosco il mare... I vecchi pescatori non sapevano nuotare! E chi glielo insegnava? Papà? L’istruttore del divingcenter?

Non so che dire. Che stia raccontando l’ennesima balla? Intanto davanti a noi un gozzo da pesca traina due barche più piccole. Il motore entrobordo tossisce lento il suo ritmo mentre i pescatori sistemano i loro attrezzi. Sento le loro voci, qualcuno canta.

E’ Sem, dice Mazzuolo. Un vecchio anarchico... Senti cosa canta?

In effetti distinguo le parole di Addio Lugano bella, un canto anarchico che conosco perché lo canta mio zio dopo aver scolato qualche bicchiere:

gli anarchici van via e partono cantando con la morte nel cuor.

Di colpo, e senza un apparente motivo, un gruppo di greenmountains intento nel gioco della pallanuoto a una cinquantina di metri al largo, innesca una rapidissima nuotata verso di noi. In contemporanea il pescatore che cantava (un tipo alto e magro con gli occhiali spessi e i capelli grigi), si tira giù le braghe e si siede fuoribordo col sedere in fuori. Mentre caga grida Ande’e a bagasce!! I green hanno raggiunto il molo e in risposta lo insultano dandogli del bastardo.

Tutte le sere è la stessa storia!, sentenzia Mazzuolo.

Ma perché fanno così?

Ce l’ha coi turisti, è un vecchio anarchico …ma i green credono che ce l’abbia con loro. Loro non capiscono la gente di mare. E’ un equivoco, tutto un equivoco…

Zundapp, il capo dei ragazzi green, freme di rabbia. Come in un rito di guerra raccoglie un sasso e lo tira contro la barca ormai lontana. Deve il suo nome a un motorino sul quale scende in città a caccia di avventure sgangherate come il motore che lo conduce.

Postato da: PaolodellaSala a 14:22 | link | commenti |

10/06/2004
L'ESICHIA ORTODOSSA

La comunità apostolica, riprendendo una tradizione antico-testamentaria, ha posto, fin dall'inizio, una attenzione tutta particolare per il Nome che ha assunto il Figlio di Dio al momento della sua incarnazione: Gesù, che significa Jhwh è salvezza. Inoltre tre testi mettono in evidenza la venerazione della Chiesa primitiva verso il nome di Gesù: Fil 2,9-10; At 4,10-12; Gv 16,23-24.

Tuttavia la Preghiera del cuore, radicata nel Nuovo Testamento, viene assunta da una «corrente» propria della spiritualità orientale antica che è stata chiamata esicasmo. Il nome proviene dal greco hesychìa che significa: calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione. L'esicasmo può essere definito come un sistema spirituale di orientamento essenzialmente contemplativo che ricerca la perfezione (deificazione) dell'uomo nella unione con Dio tramite la preghiera incessante.

Tuttavia ciò che caratterizza tale movimento è sicuramente l'affermazione della eccellenza o della necessità dejla stessa hesychia, della quiete, per raggiungere la pace con Dio. In un documento del monastero di Iviron del monte Athos, si legge questa definizione: «L'esicasta è colui che solo parla a Dio solo e lo prega senza posa».

Gli esicasti, inserendosi nella tradizione biblica, esprimeranno l'esperienza della preghiera. contemplativa attraverso l'invocazione e l'attenzione del cuore al Nome di Gesù, per camminare alla sua presenza, essere liberati da ogni peccato e rimanere nel dolce riposo di Dio in ascolto della sua parola silenziosa.

La storia dell'esicasmo inizia con i monaci del deserto d'Egitto e di Gaza. «A noi, piccoli e deboli, non ci resta altro da fare che rifugiarci nel Nome di Gesù», dice uno di loro. Si afferma poi al monastero del Sinai, con san Giovan'm Climaco. Un esponente di spicco è sicuramente Simeone il Nuovo Teologo. Rinascerà al Monte Athos nel sec. XIV.

   

 

La vocazione all’esichia.

 

Il termine greco hesychìa viene tradotto in latino con quies, pax, tranquillitas, silentium.

In genere esichia significa quiete, ma può anche voler esprimere la pace profonda del cuore. L'etimologia è incerta: forse il verbo da cui deriva,   hèsthai, significa essere assiso, stare seduto.

Nella letteratura monastica esichia rivela almeno due significati. Prima di tutto tranquillità, quiete e pace come stato d'animo, e condizione stabile del cuore necessaria per la contemplazione. Significa ancora distacco dal mondo nella doppia accezione di solitudine e silenzio.

L'esichia espressa nella pace, quiete, solitudine e silenzio interiore, che viene raggiunta attraverso la solitudine e il silenzio esteriore, si presenta tuttavia come un mezzo eccellente per raggiungere il fine dell'unione con Dio nella contemplazione, attraverso la preghiera o l'orazione ininterrotta. In quanto mezzo e non fine l'esichia va distinta sia dalla apàtheià degli Stoici, intesa come assenza e liberazione dalle quattro passioni fondamentali, la tristezza, il timore, il desiderio e il piacere; sia dall'ataraxia degli Epicurei,che consiste nella libertà dell'anima dalle preoccupazioni della vita.

Questi movimenti filosofici sottolineano e ricercano la pace e la quiéte dell'animo, solo come fine ultimo e non come mezzo per una pienezza di vita che solo Dio può concedere. Nella letteratura monastica al contrario e in particolare presso i Padri del deserto, l'esichia mantiene sernpre una coloritura di mezzo e non di fine. Questa è un mezzo éccellente, un cammino di amore autentico, vissutp nel silenzio e nella solitudine al fine di raggiungere la preghiera vera e l'autentica contemplazione. L'esichia in definitiva è l'atteggiamento di chi nel proprio cuore si pone alla presenza di Dio.

Per cogliere i vari aspetti dell'esichia che il monaco è chiamato ad esprimere possiamo riferirci alla vita di padre Arsenio, il padre degli anacoreti. Ecco come viene raccontata la sua vocazione all'esichia:

«Abbà Arsenio, quando ancora abitava nel palazzo imperiale, pregò Dio con queste parole: "Signore mostrami la strada che conduce alla salvezza". E una voce si rivolse a lui e gli disse: "Arsenio fuggi gli uomini e sarai salvato".

Lo stesso, divenuto anacoreta, nella sua condizione di eremita, di nuovo rivolse a Dio la stessa preghiera, e intese una voce che gli disse: "Arsenio fuggi (il mondo), resta in silenzio e riposa nella pace (esichia). È da queste radici che nasce la possibilità di non peccare"» (Arsenio 1.2).

Quest'ultima frase è all'inizio della vocazione degli esicasti: «Fuge, Tace, Quiesce: Fuggi, Taci, Riposa». La fuga dal mondo, il silenzio e la pace interiore sono i tre atteggiamenti che danno forma allo stato di vita del monaco, in particolare dell' anacoreta.

 

  FUGE: esichia come solitudine .

Il     monaco autentico è chiamato a vivere prima di tutto la solitudine. I Padri del deserto, sottolineano con grande forza la fuga dagli uomini, la necessità cioè di ridurre al minimo il contatto con essi. Si racconta in proposito: «Il beato arcivescovo Teofilo, si recò una volta dal padre Arsenio in compagnia di un magistrato. Chiese all'anziano di udire da lui una parola. Dopo un attimo di silenzio, egli rispose loro: "E se ve la dico, la osserverete?". Promisero di farlo. Disse loro l'anziano: "Dovunque sappiate che ci sia Arsenio, non avvicinatevi"» (Àrsenio 7).

«Il padre Marco disse al padre Arsenio: "Perché ci sfuggi?". L'anziano gli dice: "Dio sa che vi amo. Ma non posso essere contemporaneamente con Dio e con gli uomini. Le schiere celesti che sono migliaia hanno un'unica volontà, mentre gli uomini ne hanno tante. Perciò non posso lasciare Dio per venire dagli uomini"» (Arsenio 13).

 

Alcuni contatti discreti con il mondo possono  essere anche vantaggiosi. Tuttavia solo per quei monaci che hanno acquisito una grande maturità spirituale e ai quali è comandato espressamente da Dio. Ma per lo più il monaco è invitato a garantirsi una zona di calma, di silenzio, di solitudine per ricevere la formazione da parte di Dio e abituarsi alla sua silenziosa presenza.

L'esichia come solitudine non vuol dire solo fuga dal mondo, ma indica pure una certa stabilità in un determinato luogo solitario. Questa esigenza è espressa con un famosa formula che poi è divenuta tradizionale: «Rimani nella tua cella, resta nel tuo eremo, ed essa ti insegnerà ogni cosa» (Mosè 6). «Insegnerà ogni cosa» è la stessa frase che troviamo in bocca a Gesù quando preannunzia la venuta dello Spirito (Gv 14,26). Rimanere nella solitudine della cella è allora apertura allo Spirito, al suo fuoco e alla sua luce. L'abbà Macario l'Egiziano lega insieme la fuga dagli uoniini e il restare in cella: «Il padre Isaia chiese al padre Macario: "Dinnni una parola". E l'anziano gli dice: 'Fuggi gli uomini! ,. E il padre Isaia a lui: "Che cosa,significa fuggire gli uomini?". L'anziano gli disse: "Significa rimanere nella tua celia e piangere i tuoi peccati" » (Macario E. 27).

E rivolgendosi all'abbà Aio gli dirà: «Fuggi gli uomini, rimani nella tua cella a piangere i tuoi peccati, e non amare la conversazione con gli uomini. E ti salverai» (Macario E. 41).

Infatti la celia è l'ambiente per l'esichia, dirà lo stesso Antonio il grande: «Come i pesci muoiono se restano sulla terra secca, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono con la gente, perdono la forza necessaria all'esichia. Come dunque il pesce al mare così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro» (Antonio 10).

 

La solitudine può esprimersi pure in un atteggiamento di continuo pellegrinaggio da un luogo ad un altro. Ogni luogo infatti deve essere estraneo al monaco. Una tale estraneità - xenitèia - indica una sorta di esilio volontario lontano dalle cose mondane. Afferma san Nilo: «Il primo dei grandi combattimenti consiste nella xenitèia, cioè nell'emigrare solo spogliandosi come un atleta, ,,della propia patria, della propria razza, dei propri beni». Il passare da un luogo ad un altro è imitare il cammino di Gesù, come dimostra la storiella seguente:

«Del padre Agatone raccontavano che impiegò molto tempo assieme ai suoi discepoli per costruire una cella. Quando l'ebbero finita, cominciarono ad abitarvi, ma già dalla prima settimana vide qualcosa che gli pareva non giovasse e disse ai suoi discepoli: "Alzatevi andiamo via di qui" (Gv 1,3l). Ne furono molto turbati e dissero: "Se proprio avevi l'intenzione di andartène perché abbiamo tanto faticato per costruire la cella? La gente si scandalizzerà di nuovo e dirà: Ecco, questi instabili, che se ne vanno di nuovo". Vedendoli così avviliti, egli disse loro: "Se anche alcuni si scandalizzeranno, altri, a loro volta, saranno edificati e diranno: Beati costoro che per amore di Dio se ne sono andati disprezzando tutto. Comunque chi vuole venire venga. Io adesso vado. Allora si  gettarono a terra, pregando che permettesse loro di partire con lui» (Agatone 6; cf. anche Amoe 5).

 

Questi ultimi apoftegmi ci permettono di sottolineare l'aspetto itinerante della esichia. Certamente la cella è importante; ma non si può rimanere in essa con lo spirito del proprietario. Il monaco sa di essere straniero su questa terra e così abbahdona tutto ciò che può distoglierlo dal servizio di Dio, vivendo nel nascondimento e nell'attesa, sperando ardentemente nel ritorno del Signore glorioso. La solitudine esteriore è certamente importante, ma più necessaria è la solitudine del cuore. Qui si gioca l'autentica esichia, ovvero l'eremitismo o l'anacoresi interiore, il monachesimo del

del cuore, il solo che può condurre alla Preghiera di Gesù.

 

Tace: esichia come silenzio

Nella solitudine il monaco è chiamato a vivere il silenzio. La voce che Arsenio aveva udita si era infatti espressa nei termini che sappiamo: fuge, tace, quiesce.

Il silenzio che esprimono i Padri del deserto, come giustamente è stato detto, «è un silenzio dai mille nomi e dai mille volti dove ogni cosa è al suo posto, è un silenzio prezioso per l'anima, un silenzio che sta dalla parte della trascendenza. Dai vari apoftegmi emerge che il silenzio dei Padri del deserto è il silenzio dell'umiltà, del tacere di se stessi, è il silenzio che toglie le parole all'egoismo, alla superbia, all'amor proprio, è il silenzio di chi si fa pellegrino e straniero, ma è anche il silenzio dell'amore, il silenzio di chi non giudica il prossimo, di chi non parla o sparla degli altri, infine è il silenzio della fede, di chi si fida del Totalmente Altro, di chi si è messo completamente nelle sue mani».

Consideriamo alcuni particolari di questo grande silenzio.

La preghiera perpetua è il problema pratico fondamentale che viene dibattuto molto nei primi secoli cristiani. I monaci avevano il dovere di realizzare questo comando della Scrittura, più di tutti gli altri cristiani. Il loro amore per il silenzio è senz'altro la forma, il clima, la dialettica stessa della preghiera ininterrotta

Il silenzio è come una cella e una sorta di eremo portatile da cui l'uomo di preghiera non uscirà mai anche quando per motivi di carità, dovrà andarsene dalla sua cella visibile. Afferma il grande Poemen «Se tu sarai nel silenzio  tu otterrai il riposo in qualsiasi luogo abiterai» (Poemen 84).

Custodire il silenzio, quando si presenta l'occasione di parlare, è la vera fuga dagli uomini: «Dominare la propria lingua ecco la vera estraneità - xenitèia -», afferma abbà Titoes;(veD 84).

 

«Il padre Giovanni era fervente nello Spirito. Venne un tale a visitarlo e lodò il suo lavoro: stava lavorando alla corda, e rimase in silenzio. Tentò una seconda volta di farlo parlare, ma egli continuava a tacere. La terza volta disse al visitatore: "Da quando sei venuto qui, hai allontanato da me Dio"» (Giovanni Nano 32).  

«A Scete il grande abbà Macario, quando si scioglieva l'assemblea, diceva: "Fuggite, fratelli". Uno degli anziani gli chiese: "Dove possiamo fuggire di più che in questo deserto?" Egli poneva il dito sulla bocca dicendo: "Questo fuggite!" e entrato nella sua cella, chiudeva la porta e si sedeva (si poneva in esichia)» (Macario E. 16).

  Il   silenzio a cui invitano i Padri del deserto è  anche testimonianza. Secondo la loro esperienza è necessario parlare con le opere e non con la lingua. E il proprio cammino di fede che opera, le parole sono spesso inutili.

 

«Un fratello chiese al padre Sisoes: "Dimmi una parola". Gli disse: "Perché mi costringi a parlare inutilmente? Ecco, fa' ciò che vedi"» (Sisoes 45).

«Un fratello chiese al padre Poemen: "Dei fratelli vivono con me; vuoi che dia loro ordini?". "No - gli dice l'anziano - fa' il tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere penseranno a se stessi". Il fratello gli dice: "Ma sono proprio loro, padre, a volere che io dia loro ordini". Dice a lui l'anziano: "No! Diventa per loro un modello, non un legislatore"» (Poemen 174).

L'abate Isaia disse ancora: «Non deve essere la tua lingua a parlare, ma le tue opere, e le tue parole siano più umili delle tue opere. Non pensare senza intelligenza, non insegnare

senza umiltà, affinché la terra possa ricevere il tuo seme».

 

I frutti del silenzio secondo i Padri del deserto sono molteplici. Il silenzio dona la quiete (Poemen 84); genera la castità (Detti V,25); è di aiuto contro gli empi (Detti XI, 7); conserva l'animo nella pace (Matoes 11); il silenzio è umiltà (Detti XV,76); il silenzio aiuta a non giudicare il prossimo, a non condannare nessuno, è rimedio contro la maldicenza; è scuola di tolleranza e benevolenza verso tutti (Ammone 8).

Tuttavia un tale silenzio richiede molto coraggio. Afferma Poemen: «La prima volta fuggi, la seconda fuggi, la terza diventa una spada» (Poemen 140).

 

 

Quiesce: rimani nella pace interiore

  Solitudine e silenzio praticati concretamente, rappresentano dunque per i Padri del deserto, il momento fondamentale dell'esichia del corpo, dell'esichia esteriore. Una quiete che seppure esterna è fondamentale. Infatti, come afferma Macario: «Nessuno può avere l'esichia dell'anima, se non si è assicurato dapprima quella del corpo».

Certamente però è 1' esichia interiore il cardine essenziale della spiritualità monastica orientale. Dalla solitudine e dall'assenza di parole il monaco è chiamato a passare al silenzio profondo attivo e creativo. E questo è tutt'altro che quietismo. Al contrario è «ricerca della sola quiete possibile, che è la pace di Cristo, la pace esultante di Dio nel fondo del cuore».

Il monaco si consacra per vocazione a perseguire unicamente l'unione con Dio, attraverso la preghiera, che a sua volta presuppone il totale distacco, la perfetta purificazione, la rinuncia a tutto ciò che potrebbe rallentare il suo cammino spirituale.

I Padri del deserto «hanno spesso ricordato che Gesù, anche dopo il primo ritiro nel deserto, ha spesse volte cercato la solitudine. La solitudine pone dunque il monaco al centro stesso del mistero della redenzione, in una configurazione al Cristo che tocca l'apice più doloroso, ma anche il più fecondo della sua opera di salvezza. In, questo modo il legame tra solitudine e preghiera prolungata, estasi e sofferenza viene solidamente affermato»  

La ricerca cristiana della solitudine, del silenzio e della pace interiore potrebbe anche apparire una sofisticata spinta egoistica. Ma non è così. «Consacrare interamente la propria vita terrena perché Dio sia tutto in tutte le cose è precisamente l'opposto dell'egoismo. E partecipare nel modo più generoso possibile, dopo il martirio, alla grande opera di Dio-Carità» .

 

(tratto da: M. BRUNINI: La preghiera del cuore nella spiritualità orientale, ed. Messaggero - Padova,  testo di riferimento in ambito cattolico per quanti si accostano per la prima volta allo studio dell'esicasmo e della preghiera del cuore.

Postato da: PaolodellaSala a 15:25 | link | commenti |

LIBERTA' E RELIGIONE

Viene da chiedersi a chi sia venuta per primo l'idea del diritto universale alla liberta'. Agli Americani? O agli Europei?

Gli europei parlano e "credono" da molti secoli alla liberta'; ma per loro, tra il pensiero e l'azione, c'e' sempre stata una bella differenza. Hanno sempre pensato che una cosa sono i fatti, un'altra i principi; che una cosa e' il bene, un'altra la realta'. Chi vuole fare il bene, che diventi un eremita! Chi vuole tornare alla semplicita' della Chiesa, che fondi un monastero! Il bene e la felicita' appartengono alla vita eterna: ma su questa terra, c'e' posto soltanto per lacrime e ingiustizia.

E cosi', prima che Martin Lutero perseguisse il suo sogno di "un vangelo su ogni comodino" (altro che il PC di Bill Gates su ogni scrivania ;-)), la specie umana si divise in due gruppi: da una parte l'"individuo-nel-mondo", olista e corrotto; dall'altra l'"individuo-fuori-dal-mondo", individualista e santo (la terminologia e' di Louis Dumont, Saggi sull'individualismo, Adelphi). Ma il povero Martin, tra un'intimidazione e l'altra, zitto proprio non riusciva a starci e la rivoluzione ebbe luogo: l'individuo-fuori-dal-mondo entro' nel mondo e si propose di raggiungere la santita' - e la vita eterna - qui e ora. [tradurrei, per i laici, "di provarsi a migliorare se stessi e il mondo nel solco cristiano senza separazioni tra clero e laici, perché con tale separazione si ottiene una facile catarsi, un alibi per fare ciò che si vuole e non fare ciò che si deve, ndr.]. Cosi', da quel momento non bastò piu' avere delle idee su cosa e' giusto e opportuno, ma fu necessario anche concretizzarle, trasformarle in realta', con impegno e dedizione. Non basto' piu' conoscere la matematica, la fisica e l'agraria: diventava necessario utilizzare queste conoscenze per inventare un nuovo tipo di aratro (come fece quel Thomas Jefferson, tra le tante cose) che permettesse di avere piu' pane sulla propria tavola, e con meno sforzo fisico. L'uomo (e piu' tardi, la donna) ha cominciato ad usare il cervello per cambiare il mondo, anche in senso materiale.
Questo popolo che si era sbarazzato del "divieto di fare" non erano gli Europei continentali o meridionali, ma gli inglesi della Magna Charta e del liberale Locke, così diverso dai giacobini trionfatori in Francia. Gli inglesi del Risveglio religioso e del Risveglio industriale...
L'altra parte degli Europei era ancora divisa tra individui-nel-mondo, corrotti e attivi, e individui-fuori-dal-mondo, sognatori impossibilitati ad agire (non c'era una terza via: o si faceva senza voler pensare, o si pensava senza poter fare). A un certo punto i primi hanno cominciato a mandare in America i secondi, pensando forse che l'America fosse fuori-dal-mondo. Devono aver pensato: "li mandiamo lontano, a sognare quanto vogliono". Non stiamo parlando di intellettuali, sia chiaro. Stiamo parlando di sognatori, da Colombo ai suoi discendenti dell'Italia meridionale o britannici: il popolo degli emigranti.
Ma tutti questi diseredati dello spirito e della carne non si misero soltanto a "pensare" o a "sognare" o a zappare: scoprirono un modo di mischiare parole e cose che avrebbe dato contenuto alle parole e forma alle cose. Una miscela irresistibile: la trascendenza che si alimenta di immanenza, il materialismo che si idealizza. L'intelligenza del Vangelo, per la prima volta nella storia di tanti uomini e non solo di pochi, libera la potenza della natura e la fa esplodere. Pacificamente. E non c'e' argomentazione che tenga, non c'e' violenza che funzioni contro di essa. Il puro dire e il puro fare avevano fatto il loro corso. Era cominciata l'era complessa, e lo stagno (l'oceano atlantico) si era vivificato. Questo "sogno" non è soltanto "americano" ma una aspirazione universale, e si dovrebbe smettere di ostracizzarlo e insultarlo a prescindere, anche perché tutti i modelli religiosi basati su rigide separazioni tra forma -o spirito- rivoluzionaria e realtà sociale risultano fulminati dalla storia e segnati dalla lebbra dell'ipocrisia.

da: Le Guerre civili e da Europa, America e derive...




Postato da: PaolodellaSala a 14:55 | link | commenti |

FILOSOFIA E POLITICA

Come nasce il relativismo culturale? Ufficialmente così: (cito da una intervista su Tempi) "L’antropologia culturale non prevede affatto il relativismo culturale. Il relativismo culturale è una teoria elaborata agli inizi del secolo, riproposta con forza al termine della seconda guerra mondiale da Melville Herskovitz per combattere l’etnocentrismo, ovvero la tendenza soprattutto occidentale (ma in realtà propria d’ogni cultura, compresa quella islamica) a privilegiare la propria mentalità, la propria cultura, la propria civiltà rispetto alle altre. Ma Herskovitz lo elaborò in funzione polemica. In realtà l’antropologia culturale “buona”, compresi la scuola italiana di De Martino e lo studioso europeo più eminente sull’argomento che è Claude Levi-Strauss, ha ribadito che non è affatto impossibile gerarchizzare le società e le civiltà. Il punto è che bisogna sempre chiarire i valori di riferimento. E sapere che non tutti li condividono. Di qui, l’esigenza non tanto di un relativismo culturale, quanto piuttosto di un pluralismo capace di accettare che secondo altre scale di valori le società possono essere gerarchizzate in modo diverso".
Fermo restando che applicando il (cattivo) relativismo antropologico si può concludere che -sotto il profilo del mantenimento dell'equilibrio della foresta- la società dei babbuini è superiore a quella wasp di Boston... Il che non è del tutto esatto.
In realtà, secondo me, occorre andare più indietro, all'Illuminismo, dottrina che da un lato privilegia la scienza e la dialettica aristoteliche, d'altro lato dissolve la pretesa che esista un al di là, e che il mondo ultramondano invisibile sia la seconda faccia dell'esistenza umana. Conta solo la ratio e (quindi) il progresso sociale.
Questo anche perché Rousseau spiega che l'uomo è buono per natura, quindi la presenza del male nel mondo coincide con la mancanza di giustizia sociale, quindi è necessario riformare la società, se si vuole tornare all'Uomo Naturale. Da qui deriva la concezione di un darwinismo sociale e progressista: il Male non è una categoria psicologica e non attiene alla responsabilità individuale. Il Male sono gli altri, dice Sartre. L'intero pensiero "progressista" è pervaso di questo assioma: chi fa una rapina lo fa solo per fame, perché c'è ingiustizia. Non è colpa sua, non è responsabile, ma è la società che è responsabile! Siamo agli antipodi del concetto di responsabilità individuale proprio delle civiltà anglosassoni e protestanti, e ciò spiega le difficoltà di comunicazione tra il continente europeo socialistizzato (anche nelle varianti nazionaliste) e gli anglofoni... Il socialismo "compassionevole" conduce al Brecht di W i ladri e all'Ulivo mondiale, portatore di un irenismo universale, fatto di aiuti finanziari ai paesi poveri (che per altro, come si sa, vengono regolarmente fagocitati dai leader-aguzzini dei loro stessi popoli). La Compassione porta forse voti e clientele, ma non fa il bene dei poveri degli stati poveri del mondo, ai quali servirebbero forse non elemosine di massa ma la creazione di un capitalismo locale!. Il socialista europeo si illude invece che l'innocenza universale possa portare alla Concordia Universale di Guillaume Postel. E' insomma la stessa prospettiva che fa gridare a Fedor Dostoevskij: "
Il socialismo non è soltanto la questione del lavoro o del cosiddetto quarto stato, ma è, eminentemente, la questione dell’ateismo, la questione della torre di Babele, da edificare appunto senza Dio, e non per raggiungere dalla terra il cielo, ma per portare giù il cielo sulla terra." (I fratelli Karamazov).
L'immagine del Nuovo Uomo illuminista è quella di Ulisse che mette tappi di cera alle orecchie dei suoi compagni. L'Ulisse dell'Odissea non è un re, tranne alla fine quando si insedia col terrore a danno dei Proci, è una avanguardia. Ulisse si fa legare: a lui tocca ascoltare il canto delle Sirene, ma anche vincerlo. E', questa, una automutilazione. L'uomo non è più quello evangelico: pneumaticòs (spirituale), psichicòs (spinto dall'ego) e fisikòs (naturale). Si riduce alla naturalezza di Rousseau, o almeno tende a quell'orizzonte ambientalista.


Di fronte alla Nuova etica politica nata dall'Illuminismo, vi sono alcune obiezioni.
La prima nasce negli stessi anni del Terrore e della lotta per la conquista dell'Europa e del Vicino oriente (Egitto) da parte di Napoleone: ed è il Romanticismo. Col Terrore fallisce il desiderio apollineo di reprimere gli impulsi sotterranei della natura umana, rappresentati dalle divinità ctonie nel mondo pagano. Col Terrore trionfa il contrario dell'irenismo, la strage indiscriminata e continuata: il potere diabolico non viene dissolto, demoni nuovi sostituiscono demoni vecchi. L'intera arte ottocentesca è pervaso da immagini mostruose, da Baudelaire a Poe a Byron, Coleridge, Keats, Stevenson, Théophile Gautier, le Bronte. L'horror si installa nella società e rivendica la sua primogenitura e potenza: l'uomo torna a essere, in pieno positivismo, dotato di due parti: quella psichica e quella fisica. L'elemento spirituale resta in secondo piano.
Un'altra critica all'Illuminismo viene mossa da Th. Adorno, teorico del 1968 con Marcuse. Secondo Adorno i lager hitleriani rappresentano la sconfitta definitiva dell'illusione Illuminista. Nei lager il dolore stesso urla dichiarando che il Male esiste, e riguarda le persone prima della società. Nonostante il tentativo di ridurre hitler al contesto sociale -compiuto paradossalmente sia dai negazionisti neofascisti sia dai teorici marxisti, anche se a fini diversi-, Dachau e Mathausen sono lì a ricordare che l'Orrore è vivo, e che il Peccato (anche se laico) è distinto dalla Costituzione. Secondo Camille Paglia, in Sexual Personae (Torino, 1993) (un testo che come pochi rovescia il convenzionalismo culturale eurocentrico) "...la psicologia cristianeggiante roussoiana [="cristiana" nel senso politico-ulivista, ndr] origina nei progressisti una tendenza alla tetraggine e alla depressione di fronte alle tensioni politiche, alle guerre e alle atrocità che confutano ogni giorno i loro presupposti".(p.51 sg) (...). Il capitalismo è una forma d'arte, un edificio apollineo che si contrappone alla natura. E' ipocrita che femministe e intellettuali che godono dei piaceri e delle comodità del capitalismo al tempo stesso se ne facciano beffe... Diamo a Cesare quel che è di Cesare. (...) Le vittime degli uragani e dei cicloni parlano istintivamente della "Furia di Madre Natura": quante volte abbiamo udito questa espressione mentre la telecamera ci mostrava i sopravvissuti scavare smarriti tra le miserie di case e città. Ognuno sa, nel suo inconscio, che Geovah non ha mai potuto controllare lo scatenarsi degli elementi. La natura è il Pandemonio, la Festa di Tutti i Diavoli. Non ci sono calamità o infortuni, ma solo la tirannia equanime della Natura. La stessa bomba atomica non fa che liberare le energie che la natura ha rinchiuso in lei".

Questa questione è angosciosa e definitiva: si tratta di guardare in faccia il volto di Medusa, e di ascoltare il canto delle Sirene. Questa è la sfida. Una risposta l'ho trovata in un rarissimo libro di Guillaume Postel "La chiave delle cose nascoste" (1570 ca.), secondo il quale la risposta cristiana al Rinascimento pagano di ieri e oggi è Cristo. Secondo Postel, se in Dio non ci fosse moderazione e Amore, l'Angelo ribelle e l'uomo peccatore sarebbero stati annichiliti immediatamente. Invece l'umanità e gli stessi demoni sono liberi nella Natura, "il giudicare è stato rimesso al Figlio dal Padre... affinché egli possa col suo arbitrio temperare le pene in questa vita e rimettere all'ultimo giorno la sua inchiesta sulla condotta e sui diritti di ogni creatura". Ovvero: a) le leggi umane prevedono ancora la Legge divina?; b) la redenzione è un percorso libero, e il tempo concessoci è frutto dell'amore.
Due considerazioni aggiuntive: hitler adorava -ne era il figlio-servo Contronaturale?- proprio la "Natura" di cui parla Camille Paglia? In secondo luogo vorrei evitare di ridurre ogni risposta a un credo fideistico. Mi rendo conto che la psicologia laica può incontrare difficoltà nel leggere questi percorsi. (Nei commenti una aggiunta).

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
Quando il piranha colpisce, non dubita della bontà delle proprie azioni.
Se i serpenti avessero mani, le reputerebbero mani pulite.
Uno sciacallo non conosce rimorso.
Il leone e il pidocchio non esitano un istante durante l’attacco.
E perché mai dovrebbero farlo, dal momento che sanno di essere dalla parte del giusto?
Nonostante il cuore dell’orca assassina pesi 100 chili,
in ogni altro senso sa essere molto leggero.

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita,
sul terzo pianeta del sistema solare.

Wislawa Szymborska, premio Nobel per la letteratura 1996

























Postato da: PaolodellaSala a 14:48 | link | commenti |

VIVA LA MUERTE, CRISTIANESIMO, FILOSOFIA DELLA VITA

Nella rivendicazione dei recenti tragici attentati di Madrid ha colpito particolarmente l'opinione pubblica internazionale un frase in essa contenuta: " Noi vinceremo perchè i nostri giovani amano la morte mentre i vostri giovani amano la vita".
Questa affermazione ha portato alla memoria degli Spagnoli uno slogan gridato nella Guerra Civile Spagnola:
"Abbasso l'intelligenza , VIVA LA MUERTE!". Uno scontro a questo proposito fra un esponente del Franchismo e il grande scrittore Unamuno, svoltosi nell'università di Salamanca, divenne celebre in tutto il mondo e assunse un grande valore emblematico.
Era il 12 ottobre del 1936. Dopo un veemente discorso del generale falangista Millán Astray si sentì alzare il grido dei suoi sostenitori: "Abbasso la intelligenza, viva la morte.!"
Allora Miguel de Unamuno, rettore dell'università, insorse appassionatamente. Questa la versione delle sue parole secondo l'opera fondamentale sulla guerra civile spagnola di Hugh Thomas , "The Spanish Civil War" :
Finisco ora di ascoltare un grido necrofilo e senza senso: "viva la muerte!". E io che ho trascorso la vita forgiando paradossi che hanno provocato l'ira degli altri devo dire, come esperto del tema , che questo aberrante paradosso mi è ripugnante. Il generale Millan Astray è un mutilato, lo dico senza alcun senso dispregiativo. Anche Cervantes lo era. Purtroppo ci sono molti invalidi di guerra in Spagna ora. E presto ce ne saranno di più, se Dio non ci aiuta. Mi dispiace pensare che il generale Astray debbo dettare i criteri per una sociologia di massa".
A questo punto Millan Astray fu incapace di contenersi e gridò: "Abbasso la intelligenza, Viva la morte" Ci fu un clamore di approvazione a queste parole fra i falangisti ma Unamuno continuò:
" Questo è il tempio della intelligenza e io sono il suo gran sacerdote. Siete voi che profanate il suo sacro recinto. Voi VINCERETE perchè avete la forza bruta in abbondanza. Però non CONVINCERETE. Perchè per convincere è necessario persuadere. E per persuadere è necessario avere qualcosa di cui voi mancate: ragione e diritto nella lotta. Considero inutile esortarvi a pensare. Ho detto."
José Millán-Astray (1879-1954), non era un personaggio da poco. Aveva un posto importante nella formazione del falangismo, era un esponente di spicco del nazionalismo spagnolo e soprattutto era celebre per i suoi discorsi violenti e travolgenti. Fu poi un appassionato del Bushido, il codice cavalleresco dei Samurai giapponesi e cercò di instillar i suoi principi ai cadetti dell'accademia militare quando ne divenne insegnante.

I falangisti intendevano lottare per una Spagna ideale, la Spagna di sempre, la Spagna al di la del tempo presente, la Espanolidad, più o meno cattolica, si diceva. Lo stesso succedeva con l'idea di Volk nella Germania nazista (Si veda in Le origini culturali del Terzo reich, di George Mosse, rist. Il Saggiatore net, 2003).
In effetti anche nel mondo fondamentalista islamico avviene qualcosa di simile. Causa nazionale e causa religiosa si saldano: la decadenza del mondo arabo, il suo stato di debolezza di fronte all'Occidente viene visto come un effetto dell'abbandono della purezza dell'Islam. Il wahabismo si muove in direzione opposta a quella giapponese, passata dai samurai suicidi e Kamikaze all'adozione della tecnica e della scienza occidentali (senza per questo rinunciare alla propria cultura). Affinchè la purezza islamica possa rinascere, per il wahabismo occorre abbattere in tutti i paesi arabi quei regimi che in un senso o nell'altro si richiamano ai valori occidentali. L'Islam esaltato è quello mitizzato dei Califfi , degli Omeiadi, degli Abassidi, un Islam ideale più che un Islam reale.
Dobbiamo tener presente che nel mondo islamico non hanno luogo le nostre tradizionali differenze di Destra e Sinistra: ma se volessimo applicare queste categorie al mondo islamico certamente il fondamentalismo islamico verrebbe classificato come estrema destra. Per uno strano gioco delle parti invece, in Occidente proprio la sinistra pare essere più comprensiva verso il fondamentalismo.
Se esaminiamo il "Viva la muerte!" falangista con "i nostri giovani desiderano la morte" le analogie diventano impressionanti. In fondo il significato delle due espressioni è molto simile: non si tratta soltanto di inneggiare alla morte ma anche a coloro che sono pronti a morire per il loro ideale e per la loro fede religiosa, gli shaid (i martiri), derivati sia dai fedeli adepti dello sciita prototerrorista Vecchio della Montagna, sia dai pasdaran iraniani che, camminando sui campi minati dagli iracheni di Saddam, sacrificavano la vita all'esercito komeinista.

C'è anche, ovvio, una cultura della morte per la morte insita nel nazifascismo europeo. Cos'era se non eresia di morte il suicidio di massa del battaglione di SS francesi Charlemagne che difese fino all'ultimo la Cancelleria del Terzo reich?
Erano, questi francesi, più amanti della morte delle stesse SS che cantavano "Siamo le SS che marciano in terra rossa,/ cantando la canzone del demonio.../ Della morte noi ce ne infischiamo!/... Ci maledica pure il mondo intero!".
O l'Inno dei Giovani fascisti "Duce, duce: chi non saprà morir?". Oppure l'inno della Disperata: "Sull'ala armata regna la morte/La Disperata, eccola qua".
E quale fu il quadro ispiratore di adolf hitler? L'Isola dei morti di Arnold Boecklin, un quadro ossessivamente simbolico e suggestivo.
Infine, questo slogan che compare in un sito di ispirazione neofascista è per me davvero rivelatore: "Un uomo non muore per qualcosa in cui non crede". Effettivamente all'orrore necrofilo fascista o pseudoislamico cosa ha contrapposto l'Europa? La filosofia relativista, ovvero il culto religioso per l'assenza di ogni culto religioso, soluzione proposta dalla Francia del 1789: tutto è ugualmente valido, l'Universo è il segno dell'Imperfezione, dunque la Natura non è divina, dunque ogni idea è priva di senso, al di là della Legge sociale. Non esiste divinità alcuna, esiste solo l'umanità assoluta...
Da un lato dunque il fondamentalismo cerca di ottenere l'obiettivo molto concreto della conquista delle fonti energetiche con il ricorso al culto di Moloch, o culto del Sacrificio umano.
D'altro lato la rinuncia a ogni pretesa di verità, anche relativa, sostituita dalla Legge. Questa la linea seguita dall'Europa di Chirac e Shroeder. Pretesa legittima, quella di disinnescare le falsa verità con lo slogan "nessuna verità", ma c'è un problema: perché si deve imporre "per legge" la rinuncia al segno di ogni appartenenza -religiosa o no-? E perché l'uomo si deve annichilire in un nulla privo di spinte ideali e persino creative?
Mi sembra che l'America di G.W. Bush, con la spinta -anche filosofica- della ricerca scientifica e con la grande espansione delle chiese evangeliche in Africa, Asia e America latina, più ancora che con la reazione concreta in Irak, proponga una alternativa al doppio nichilismo arabo-europeo...
Mi sembra infine che il Vaticano, da Monsignor Caffarra in avanti, stia dando uno stop alla nuova "teologia della liberazione", figlia di quella che Baget Bozzo considera una "eresia cristiana": il comunismo. A patto che il cristianesimo non dimentichi di NON essere la Verità, ma di essere soltanto un percorso (tracciato dal Figlio di Dio nato uomo) verso la verità, esattamente come la scienza occidentale tanto detestata dai talebani.

Fonti: www.cronologie.it; www.giovannidesio.it; George Mosse (cit.); siti di orientamento neofascista.




















Postato da: PaolodellaSala a 14:47 | link | commenti |

29/05/2004
INTERVISTA A GIANNI CELATI. Da Zibaldoni

Gianni Celati sta attualmente a Chicago, dove il 28 maggio 2003 sarà proiettato Visioni di case che crollano, l'ultimo suo documentario. Invitato dall'Università di Chicago, sta svolgendo un seminario sullo Zibaldone di Leopardi. Questo è il libro che aveva in mente come modello di scrittura, nella sua prima narrazione documentaria, Verso la foce, un reportage sulla solitudine urbana nelle campagne moderne, pubblicato nel 1989. Dopo Verso la foce è passato a dirigere dei veri documentari, iniziando con Strada provinciale delle anime, del 1991, dove porta in viaggio nel delta del Po un gruppo di trenta persone, tra vecchi zii e zie, cugini, parenti e amici. Solo nel 1999 potrà dirigere un secondo film, Il mondo di Luigi Ghirri, che è un tributo a uno dei maggiori fotografi italiani. Il suo terzo lavoro documentaristico, Visioni di case che crollano (2003), è uno studio sulle case abbandonate nelle campagne della Valle del Po. Mentre porta l'attenzione su aspetti marginali o ignorati del paesaggio, in questo film Celati abbandona molte convenzioni del documentario tradizionale, come l'illusione di catturare una "realtà" e l'uso della voce fuori campo che spiega quello che vediamo. Invece c'è un coro di voci varie che si alternano, mentre vediamo i membri della troupe che filmano le case crollanti, e lo scrittore inglese John Berger in riva al Po nelle vesti di narratore, e il regista Alberto Sironi che dirige l'attrice Bianca Maria D'Amato, la quale fa le prove per una recita teatrale sull'abbandono delle vecchie case - recita che dà al film una struttura musicale, come una cantata.

GC : Quando è scoppiata la guerra in Iraq ero qui a Chicago, e per una settimana ho passato le giornate guardando la televisione. C'erano i reportages dal fronte, i responsi degli esperti, i discorsi dei conduttori di trasmissioni, ma per una settimana io non ho sentito una sola frase che non fosse propaganda patriottica. A un certo punto non ne potevo e dovevo scappar fuori, anche perché quei giornalisti non mi informavano su niente e parlavano solo con frasi prescritte. La loro era una realtà tutta fatta di parole e decisa in partenza, che non doveva essere perturbata da niente. Poi fuori c'era il mondo, le case, le vecchie signore con l'artrite nel supermercato, i quartieri disastrati del ghetto, i giovanotti neri che ti chiedono degli spiccioli. Ma tutto questo era come se non esistesse, spazzato via dalla fiction della guerra. Era il modello d'una fiction totalitaria, chiusa a tutto quello che può succedere, che ha bisogno di sempre nuove rimozioni e censure del pensiero. Con i documentari si può almeno tentare di rimettere in gioco uno scarto nella visione, in mezzo a tutti questi spettacoli pubblicitari che sostituiscono e sostituiranno sempre più ciò che noi chiamavamo "vita".

SH : Una volta tu hai detto che i documentari sono "racconti come tutti gli altri". Ma c'è qualcosa che distingue - se non altro - un documentario da altre forme cinematografiche?

GC : C'è un'aura di moralità che avvolge il documentario e che lo pone in antitesi con gli spettacoli del cinema. Il cinema sarebbe la finzione e il documentario sarebbe la realtà presentata senza infingimenti. Io però non credo che filmando il mondo esterno qualcuno mi documenti la cosiddetta realtà. Mi mostra delle cose che esistono, ma non per questo evade dalla finzione. Una macchina da presa porta con sé tutto un modo di immaginare il mondo, e trasforma ogni cosa osservata. Ogni tipo di inquadratura è già un tipo di finzione immaginativa o di messa in scena. Dunque alla fine tra film e documentario forse non c'è molta differenza nei modi di manipolazione delle immagini, ma c'è differenza nel grado di sorveglianza dei confini del fittizio. Nel cinema ufficiale la dimensione del fittizio è intoccabile, un vero tabù professionale, tutto deve essere finto; il che vuol dire che non c'è posto per imprevisti, per l'apertura a situazioni esterne, contingenti o qualsiasi. E questa mi pare l'essenza stessa del documentario: l'esposizione all'inatteso, al fuori, a una situazione contingente che diventa come una dimensione esterna dell'inconscio.

SH : Ma cosa "documenta" un documentario? L'apertura all'imprevisto?

GC : Secondo me, mostra l'esposizione a qualcosa che può essere pensato come una zona d'inconscio, fatta di tutte le cose quotidiane nello spazio esterno - tutto quello che è fuori di noi - qualcosa di anonimo e collettivo, di esterno e contingente, che non può essere controllato o presupposto, come non si possono controllare o presupporre i sogni che faremo. Il primo esempio di documentario, Nanuk di Flaherty, non è tanto straordinario perché ci mostri il "vero" modo di vita d'una famiglia di eschimesi. Sappiamo che Flaherty faceva recitare i suoi personaggi come in un film e ricreava dei veri set (come l'igloo spaccato a metà, per aver abbastanza luce nelle riprese). Quello che è straordinario e sempre sorprendente in Nanuk è l'esposizione a una situazione che non può essere finta, che è difficile da controllare, da filmare, ma anche da capire, e dove i discorsi che dovrebbero riportarla a significati previsti si perdono per strada. Così nasce un film senza discorsi, solo di immagini, che sembra davvero un sogno, con quelle incredibili aperture all'infinito.

SH : A parte l'esempio di Nanuk, in quali altri documentari hai trovato questo genere di esposizione all'incontrollabile, all'inconscio sociale dello spazio esterno?

GC : Tra le cose più entusiasmanti nell'orizzonte dei documentari c'è innanzi tutto L'uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. Raramente il cinema ha dato tante stimolazioni alle nostre capacità percettive e capacità di pensiero. La sua grandezza sta nel liquidare l'idea che al mondo esista qualcosa di banale, di poco interessante. È un esercizio a guardare tutto, dove tutto diventa singolare, come quando si visita una città in stato di innamoramento. Questo rende qualsiasi aspetto della città - Odessa, dall'alba alla notte - commovente come la vita. Quello di Vertov è un cosmo tutto pieno, vorticante, col senso di un'armonia sotterranea negli insiemi umani. Ed è la più pura visione comunista della vita, dove il vivere e il lavorare sembrano un moto armonico, un eros diffuso nei corpi e nelle cose, senza niente che resti isolato nel vuoto. L'altro esempio per me folgorante è Pioggia di Joris Ivens, dove l'idea di filmare i piedi dei passanti, le ruote delle auto, le pozzanghere, le grondaie e gli scoli d'acqua mentre sta piovendo, diventa la scoperta d'una dimensione inesplorata - quella delle cose qualsiasi. Queste sono colte in una contingenza che le rende tutte esemplari, come altrettante immagini dell'essere al mondo. La pioggia richiama il sentimento d'essere al mondo, assieme ai passanti, alle auto, ai gatti che spiano l'acqua, etc.

SH : E in Italia? Come vedi la tradizione del documentario in Italia?

GC : Fino a un certo punto da noi il documentario è stato visto solo come testimonianza su una realtà politica che non poneva nessun problema percettivo o narrativo. Sembrava che la realtà fosse una cosa ovvia e pronta da catturare, e l'unico problema fosse quello di metterci sopra un discorso ideologico. Il dibattito sul realismo nella letteratura e nel cinema negli anni 1945-55 verteva su questo - sul discorso da fare, sul "messaggio ". Il che portava a una messa in posa dei personaggi, come statue per rappresentare un discorso politico, e una messa in posa dell'idea stessa di realtà, data come puro meccanismo economico. Questo si vede bene in un film come La terra trema di Visconti, un film che finge d'essere un documentario con finissimi artifici di regia. Rossellini va in una direzione opposta, adottando modi di regia più semplici e casuali, ma mettendo in primo piano il problema percettivo, ossia d'un modo più naturale di guardare. E questo è stato un cambiamento radicale, con cui Rossellini ha insegnato a un paio di generazioni (dalla nouvelle vague al nuovo cinema tedesco) a ripensare il cinema attraverso le risorse d'una visione documentaristica.

SH : Tu parli d'una semplificazione nei modi di regia di Rossellini. Potresti spiegare come fa Rossellini a creare un modo di percezione più naturale dentro all'artificio del film?

GC : Rossellini riduce la messa in scena al minimo, e questo dà via libera a un modo visionario di osservare tutto. All'inizio di Paisà, l'incontro dei siciliani con gli americani si risolve in poche battute, poi si fissa sul volto della ragazza siciliana. Quel viso così irregolare e così poco cinematografico diventa l'immagine d'uno sguardo naturale sulle cose. Non c'e altra messa in scena : il volto della ragazza - con primi piani poco marcati - risolve tutto il senso dell'episodio senza forzature. Lo stesso nell'episodio delle paludi vicino a Comacchio : un vuoto d'acqua che nessuno avrebbe filmato, e il senso d'uno sguardo che ispeziona l'aperto spazio fuori di noi, dove può succedere di tutto. Da Paisà alla trilogia del dopoguerra, si vede che Rossellini non ha bisogno di tante trame o di tanti artifici tecnici per mettere insieme un film, perché con il suo trasporto visionario per tutto diventa un documentario infinito sul mondo - dalla Berlino bombardata in Germania anno zero a una processione qualsiasi nel napoletano in Viaggio in Italia, fino alle vedute dell'India. Con Rossellini succede questo: che la spettacolarità del cinema si rivela meno emozionante della visione naturale, ossia d'una visione naturale di ciò che semplicemente esiste.

SH : Ma cos'è uno "sguardo naturale"?

GC : Se tu fai leggere un brano a un attore, di solito ti accorgi che recita con la voce impostata, perché quello è il modo professionale. Mentre una voce non impostata di solito ti fa sentire meglio le parole, basta che le articoli bene e tenga i ritmi. Alla stessa maniera c'è un modo impostato di guardare le cose con la macchina da presa, ed è il modo professionale che si riconosce subito come una retorica obbligata. E qui, se cerchi uno sguardo non impostato che abbandoni quella retorica professionale, devi tornare a Rossellini - ed è appunto la sua visione documentaristica.

SH : Dopo Rossellini, chi ti sembra che abbia questo sguardo nei film?

GC : Dopo Rossellini, i debiti del nuovo cinema con la visione documentaristica verranno fuori chiaramente. In Antonioni prima di tutto, cominciando con Gente del Po, un documentario dove tutto sembra colto in un ultimo momento irripetibile, come un'ultima visione d'un paesaggio selvatico. La visività di Antonioni si rivolge alle cose meno appariscenti, che si rivelano solo ad uno sguardo un po' fisso ed eidetico. Ad esempio nessuno avrebbe mai pensato di filmare la distesa di sassi su un'isola vuota, come nell'Avventura. Questo è un modo del sentimento completamente nuovo, che nasce da un'ottica documentaristica. Poi, senza questa nuova idea della visione documentaristica, i primi film di Jean-Luc Godard sarebbero incomprensibili. Il che vale anche per il cinema tedesco degli anni settanta. Ad esempio: Aguirre di Herzog comincia con la ripresa della fila di indios che salgono il costone della montagna, ripresa lenta e decisamente documentaristica, legata a una contingenza difficile. Ma poi tutto il film non è che il documentario d'una messa in scena sul grande fiume tropicale, con gli indios e Klaus Kinsky. La cosa è ancora più chiara in Fitzcarraldo, che può esser visto come il documentario d'una messa in scena quasi impossibile - la nave da trasportare in cima alla montagna. Su questa linea narrativa, l'azione, la trama, diventano secondarie rispetto alla visione, mentre la capacità visionaria che viene in primo piano fa della messa in scena un oggetto documentaristico. La cosa diventa emblematica in due film di Fellini - Roma e Intervista - che sono documentari d'un modo di mettere in scena la vita.

SH : Cosa vuoi dire quando dici "capacità visionaria"?

GC : Nelle vecchie comunità c'era spesso qualcuno di cui si diceva che "avesse visto", ossia che avesse avuto delle visioni. Sono percezioni che si caricano di forti intensità affettive o perturbanti, e diventano stati cosiddetti allucinatori. Ma non sono fenomeni molto rari, piuttosto sono continuamente rimossi, perché dipendono da stati troppo intensi della sensibilità. Leopardi diceva che agli occhi di un sensitivo dietro ogni paesaggio c'è sempre un altro paesaggio, che si percepisce con la vaghezza o l'indefinitezza dei fatti immaginativi. Comunque è la capacita visionaria che caratterizzi la ricerca cinematografica e documentaristica, da Rossellini fino a Herzog. Io direi che si tratta di riuscire a servirsi delle immagini filmate come se fossero le visioni di qualcun altro, come se venissero da un fondo di visioni anonimo e collettivo in cui ci si innesta.

SH : È questo il tuo modo di lavorare?

GC : Mah, non so. La mia idea è che bisogna fare dei documentari imprevedibili come i sogni. Imprevedibili non solo per gli spettatori, ma anche e soprattutto per chi li fa. Bisogna restare del tutto spiazzati, e dopo nel tormento del montaggio viene fuori qualcosa di impensato.

SH : Qual e il risultato di questi modi di vedere il documentario? A cosa ti portano?

GC : Nel documentario c'è la possibilità di usare le immagini per compiere una ricerca su quello che vediamo, su come vediamo, sulle cose che ci trascinano o che paralizzano lo sguardo. Un grande artista del XX secolo, Alberto Giacometti, aveva questa idea : "Io disegno per capire cosa vedo". Se copio un bicchiere su un tavolo - diceva - non disegno che una visione, cioè qualcosa che scomparirà tra un attimo, sostituita da una visione diversa di quel bicchiere. Dunque quello che si disegna (o si filma) è solo la traccia di un'immagine che arriva alla coscienza, ma appena c'è un po' più di luce, o un colore diverso, potrebbe risultare una cosa del tutto diversa. Tutto quello che riguarda il vedere è sempre sul punto di trasformarsi in qualcos'altro. Giacometti diceva : "L'arte non è che un mezzo per vedere. Qualunque cosa guardo mi sbalordisce, e io non so esattamente cosa vedo. Allora bisogna cercar di copiare semplicemente, per rendersi un po' conto di cosa vediamo". E un'altra cosa che diceva, in un'intervista : "C'è molta gente che trova la realtà banale e pensa che le opere d'arte siano più belle. Una volta io andavo al Louvre e i quadri mi davano sempre l'impressione del sublime. Adesso vado al Louvre, e non posso fare a meno di guardare la gente che guarda le opere d'arte. Il sublime per me adesso sta nelle facce di quelli che guardano".

SH : La visione documentaristica porta a questo tipo di ricerca, secondo te?

GC : La visione documentaristica è legata allo stretto necessario, cioè al fatto che hai qualcosa davanti in un momento e poi non l'avrai più, perché tutto passa, e non è ricostruibile con le messe in scena. Questa limitazione è anche la grande virtù del documentario, cioè di dover restare attaccati alla contingenza, semplificando tutto, per tradurla o trasfigurarla in esempi di qualcosa che allarghi il pensiero. È quello che succede in ogni documentario che continui la ricerca con questo mezzo espressivo : si tratta sempre di pensare in modo meno astratto e schematico lo spazio esterno, le situazioni nello spazio, i momenti del mondo. Io dico che si tratta di ritrovare quello sguardo impregiudicato su tutte le cose, su tutte le forme di vita, che è la grandezza di Vertov, di Ivens, e di Rossellini. Questo tipo di ricerca nel cinema ufficiale è diventata impossibile, perché un film deve sfruttare i modi di vedere già stabiliti, se vuol andare incontro al pubblico e al gusto dei produttori. Così ogni immagine diventa congelata nel dovere di "fare il prodotto", col massimo asservimento al capitalismo più brigantesco e senza nessuna ricerca. E devo anche dire che lo stesso succede nei prodotti letterari, con questi infiniti romanzi per andare incontro al pubblico e al gusto dell'editore.

SH : E nel tuo caso, che cosa ti ha spinto a metterti a fare dei documentari?

GC : Più di dieci anni fa, mi era stato proposto di usare un mio libro di esplorazioni della valle del Po - Verso la foce - per ricavarne un film o qualcosa del genere. Dopo è venuta fuori un'idea tutta diversa, ed io e il gruppo Pierrot e la Rosa - con gli operatori Lamberto Borsetti e Paolo Muran e Guglielmo Rossi, con cui lavoro anche adesso - abbiamo fatto il nostro primo film-documentario. S'è intitolato Strada provinciale delle anime, prodotto per Rai Tre. È così che abbiamo cominciato a studiare le campagne e filmare le vecchie case che crollano un po' dappertutto nella valle del Po. Le case che crollano mi attiravano molto, ma poi non abbiamo trovato i soldi per fare un altro documentario e il materiale e rimasto lì inutilizzato. Poi nel 1998 abbiamo fatto un documentario su un nostro amico, il grande fotografo Luigi Ghirri, morto prematuramente, e questo ci ha portato di nuovo in giro per campagne a filmare altre case in rovina. Il documentario su Ghirri ha attirato l'attenzione di qualcuno e così finalmente abbiamo trovato i soldi per fare quest'ultimo.

SH : Il lavoro fotografico di Ghirri, e le ricerche sul paesaggio che avevi fatto insieme a lui, in che misura hanno influenzato il tuo modo di avvicinarti ai documentari?

GC : Di sicuro l'impianto fotografico dei nostri documentari deve molto alle foto di Luigi Ghirri, ed a tutto quello che Ghirri ci ha insegnato lavorando insieme. Io con lui ho lavorato a tre libri fotografici, e negli anni Ottanta abbiamo fatto delle ricerche collettive sul nuovo paesaggio italiano, assieme ad altri fotografi e scrittori. Poi Ghirri faceva parte del gruppo di viaggianti in Strada provinciale delle anime, dove tra l'altro fa un discorso sulle campagne come "il luogo della distruzione". Il suo ultimo progetto prima di morire era di fotografare l'architettura rurale nelle zone del reggiano, architettura che sta scomparendo e tra pochi anni sarà svanita nel nulla. Siamo ripartiti di lì anche noi, filmando un repertorio di esempi di case in rovina. Ci hanno aiutato in questa impresa due speciali guide indigene sul territorio - uno è Daniele Benati, autore d'uno straordinario libro di racconti, Silenzio in Emilia, pubbblicato da Feltrinelli; l'altro è Alfredo Gianolio, un avvocato di Reggio Emilia che è stato un amico e seguace di Cesare Zavattini.

SH : Potresti dirmi come si è evoluto il progetto di Visioni di case che crollano?

GC : Ci ho pensato almeno cinque anni sulle case in rovina che avevamo filmato. Ne era venuto fuori una specie di archivio, con tanti esempi tra cui non riuscivo più ad orientarmi. Ho cominciato a orientarmi solo quando ho montato un po' di materiale, e mi sono accorto che ogni casa mostrava una sua fisionomia, una personalità che ispirava da sola un nome, e dopo nello studio ne parlavamo con quel nome. Una si chiamava "La sospesa tra le acque", un'altra "L'impaludata del Po", un'altra "Il mostro di solitudine". Le case crollanti non erano più reperti oggettivi, erano diventate oggetti d'affezione, e tra noi ne parlavamo come se si portassero dietro dei racconti fantastici. Così ho capito che non bisognava mostrarle come malinconici relitti del passato, ma come uno tra i più sorprendenti aspetti d'un paesaggio moderno. In un'epoca in cui si tende a restaurare tutto per cancellare le tracce del tempo, quelle case portavano i segni d'una profondità del tempo e così ponevano la domanda: cosa dobbiamo fare delle nostre rovine? Cosa fare di tutto ciò che è arcaico e sorpassato, e non può essere smerciato come un altro articolo di consumo?

SH : E queste sono domande che il film solleva.

GC : Nel nostro film una donna (Marianne Schneider) dice che "noi non siamo più abituati a vivere tra crolli e distruzioni, dunque questi ci sembrano la fine del mondo". Poi fa un paragone con le situazioni in Africa e Medio Oriente. Mi sembra sia questa l'idea che ha guidato il nostro lavoro anche nei momenti di dubbio massimo su quello che stavamo facendo. È vero che c'è quella linea divisoria netta, tra popoli che sono abituati a vivere tra i crolli, nella penuria, dunque abituati a prendere il mondo esterno così com'è, e popoli ricchi che tendono a un restauro totale del visibile, per farlo sempre più uguale a un'immagine pubblicitaria. Il mondo occidentale sta diventando sempre più dominato dal fanatismo del far tutto nuovo di zecca, per cancellare le tracce del tempo. Questo fanatismo consiste nel trattare tutto come un prodotto di consumo da gettare via appena è vecchio, oppure da sostituire con un modello tecnologico più avanzato

SH : La premurosa attenzione del film per le case crollanti, funziona, mi sembra, nei due sensi: da una parte riflette e dall'altra contrasta quella specie di fanatismo consumista.

GC : L'altra riflessione che è venuta fuori mentre facevamo il film, è quella espressa da John Berger nella scena in riva al Po. Per l'uomo moderno la vecchiaia e la malattia sono una specie di scandalo: e tutto ciò che crolla per vecchiaia - dalle case alle facce - deve essere sottoposto a una forma di restauro cosmetico. C'è da chiedersi se in tutto ciò non vi sia un tremendo rifiuto del mondo, che si spande con la produzione di immagini spettacolari di consumo, senza più margine. A partire dai segni del crollo nelle vecchie case della valle del Po, noi - io e gli altri della troupe, gli operatori in primis, e poi John nel suo ruolo di narratore - abbiamo cercato di fissare lo sguardo sulle rovine e di imparare a guardarle non più come una malattia, ma come un aspetto che non è necessario nascondere sotto uno strato di maquillage. Si trattava di riattivare la semplice percezione delle cose poco osservate, la capacità di guardare il mondo esterno così come è. Forse il problema di fondo è che noi non crediamo più veramente al mondo esterno, crediamo solo a un'immagine di noi stessi da proiettare in base all'estetica spettacolare dei consumi. John Berger, nel suo ultimo libro, The Shape of a Pocket, ha parlato della "grande disfatta del mondo".

SH : Di fronte a questa disfatta che dici, cosa può fare il documentario?

GC : Ormai l'obbligo principale in tutte le attività è quello di fare dei prodotti di consumo e di facile smercio. Il che vuole dire che non può esserci alcuna ricerca se non nella direzione del cosiddetto marketing. Nella letteratura sta accadendo lo stesso e i libri diventano sempre più tutti uguali, scritti nello stesso modo. Mi sembra che il documentario rappresenti ancora uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero non completamente devastati, ancora un terreno di ricerca, con una straordinaria fioritura di esempi degli ultimi anni. Non so quanto durerà.



Postato da: PaolodellaSala a 15:07 | link | commenti |

28/05/2004
MUSICA/BILE

C’era una volta la vita, poi è stato il Silenzio. Tutti hanno taciuto, quando è arrivato il Silenzio. Lui è stato il RE maggiore per lunghi decenni, e nessun altro c’era. Nessuno.

Per farla breve: Oliviero è. Conosci altri come lui? Nella vita il pianoforte suona per tutti, ma pochi lo riconoscono, pochi rispondono a tono: tacciono come sordi oppure cantano stonando. Oli no, è uno dei pochi. Semplicemente vive cantando al mondo contro le tendine grigie attorno a lui, nebbie nemiche, satelliti impazziti, trappole burocratiche, sfortune economiche, distonie affettive.

Alto non è, neri capelli, occhi scintillano, magro come la sua ombra, dolce voce un poco malinconica, venata di sofferenze leggere, non gravi. Pacifico Mare della Tranquillità.

Un amore solo, profondo, lungo pochi anni. Donna magnetica, suo polo opposito: bionda bassa, occhi celestiali, voce alta non triste. Su è il suo nome anche ora che è tornata a casa, lasciandolo solo in compagnia di Infinite Musiche.

Abbandona ora il passato, anche quello di Oli. Passa al presente, respira profondo, leggi le parole e perciò guardati attorno. Lo vedrai alla cassa di un supermercato, periferia di piccola città, vicino-lontano a dove abiti tu. La giornata è densa di scirocco, nuvole vaporose e sole nervoso come è adesso, mese di maggio. Il supermarket è al piano terra di un solido palazzo di 4 piani, strada rada, traversata da donne tempestate di bambini: in fondo una collina la termina. Sulla collina una nuvola, sotto la collina il mare che aspetta. Subito vicino un incrocio e un meccanico per auto. Mattino, le undici circa. Nel supermercato due tre acquirenti, una commessa, e Oli alla cassa. Nell’aria musica a volume medio Baby won’t please come home di Miles Davis, da Seven steps to Heaven. Questo fatto è rivoluzionario, oggi. È un’iperbole, un paradosso, impossibile in uno spazio simile una simile musica, in un mondo simile un simile uomo.

Cosa è successo?

Oli al suo inizio amava leggere e i genitori non volevano molto che così fosse. Divorava ogni cosa leggibile, persino le scritte sulle confezioni dei pacchi di pasta. Studiava anche, amava la letteratura, l’arte la filosofia la scienza, quasi tutto lo scibile, ma per fame non terminò l’università.

Parlava correttamente cinque lingue, compreso l’ugrofinnico, e adorava la musica: cercò di vivere con quella, aprendo uno studio di registrazione e incidendo dischi di musica nuovissima ma colta. Purtroppo in due tre anni tutto andò a male, lo studio venne chiuso, i dischi dimenticati.

Tentò allora un’infinita serie di attività e lavori, ma inutilmente: ogni impresa andava a finir male, oppure veniva licenziato, nonostante le sue qualità fossero puntualmente riconosciute. Leggeva Hugo e ascoltava Bartòk, eppure ogni giorno doveva andare a fare la spesa, e lì incontrava presenze arcane equivoche ed equine: persone che parlavano in strano modo, gridando e gestendo, i loro occhi brillavano in presenza del denaro, gente che guardava strano e lo derideva per via dei numerosi libri che portava sottobraccio come armatura contro il mondo. Dicevano che quando rimaneva in casa preda di malanni, i libri uscivano da soli a passeggio. Gli sembravano pazzi, erano normali. Così è la gente che vive fuori dal tuo mondo, quando ne hai uno tutto per te.

Giunse quasi per caso l’occasione del minimarket. Era grande abbastanza per attirarlo e sufficientemente impoverito per poterlo rilevare a poco.

Pagò il prezzo, assunse una ragazza anonima chiamata Sha, mantenne sparuti gruppi di clienti che varcavano timiditi la soglia e fingendo fretta declamavano l’articolo prescelto, pagavano e sparivano nel nulla. C’era comunque abbastanza cibo anche per Oli, e ciò non era male, nonostante la fine di ogni velleità di cambiare il mondo o almeno di lavorare in un campo piacevole e desiderato.

Unica gioia residua era questa: poteva finalmente ascoltare la musica preferita e in qualche modo imporne l’ascolto ai clienti.

Comprava dunque uno stereo ricco di splendidi e minuscoli diffusori sonori celati tra scaffali e angoli bui, trasferiva in negozio la collezione di dischi e iniziava così la giornata, ascoltando distratto ciò che la mano casualmente forniva pescando melodie dal contenitore, e continuava poi senza smettere mai .

Clienti lì per lì trasalivano visibilmente, mentre un raga di Ravi Shankar si arrampicava come mosca estiva lungo le pareti biancastre. Sorridevano pagavano uscivano. Dopo mesi Oli non ricordava nessun accenno alla musica da parte di nessuno. Nessun accenno a nulla.

My guitar want to kill your mama di Frank Zappa (o similia) accoglieva i radi rappresentanti e fornitori di lattughe e latticini. Costoro ebetizzavano le parole, tiravano le labbra verso le orecchie (l’istruttore di turno li aveva ordinati di far ciò per aver successo), incassavano incazzati dentro e sparivano negli orridi autostradali.

Il meccanico frontaliero Wastefield -vicino di Oli- era un arcano. Veniva da così lontano che il cognome appariva anche troppo domestico. Di corporatura massiccia, aveva l’età indefinibile. Sulla pelle fiorivano numerosi peli scuri unti di olio multigrade. Abitavano lui e moglie in casetta-castello, munita di cane odioso e tedioso (non si perdeva mai un’abbaiata). Tutti costoro vivendo vicino all’autorimessa spesso fissavano stolidi il commerciante. Quando lo salutavano (di rado) lui non sentiva e viceversa. Dunque quasi non conoscevano il suono delle rispettive voci.

I clienti di Wastefield erano pochi e improbabili, così che sembrava possibile che il meccanico vivesse di rendita (o altro) e che l’attività automobilistica fosse un alibi.

Il punto era comunque un altro: Wastefield aveva una dote negativa. Ascoltava musica spaventosa.

All’inizio non ci aveva fatto molto caso, poi man mano la cosa era degenerata. Aveva quell’uomo dalla tuta grassa una radio lurida ma potente, posta su un banco da lavoro tra chiavi inglesi e cacciaviti, collegata all’interruttore elettrico generale. L’apparecchio era dunque sempre in funzione e gareggiava con l’altro (ignobile anch’esso e inoltre ignoto e invisibile), manovrato in casa dalla moglie di Waste, una donna formosa come un manico di scopa, dallo sguardo spento, capelli tinti rossicci, altezza e forme di una pianta di zucca. Speaker latranti di radio private di ogni pietà e pudore alternavano propri aforismi con “pezzi” musicali provenienti da galassie lontanissime: arcaica disco music dance techno della peggiore canzonidelfestivaldisanremo e smielature di cantanti italici retorici come il discorso di investitura di un potente. Notiziari bellici a base di sanguinosi eventi e lugubri. Pubblicità raccapriccianti. Rumori di motori asfittici. Clacson a stormo. Voci di orchi.

Una miscela esplosiva.

Oli spese una fortuna per dotare il minimarket di un impianto ad aria condizionata che isolava l’interno dall’esterno e dai suoi suoni. Aggiunse un diffusore acustico all’entrata col compito di contrastare, deviare, importunare i miscellanei rumori dei Wastefield. Rifornì le orecchie di ogni suo cliente con le note di John Coltrane in My favorite things (con esse spiegava spiritualmente alle massaie che erano da preferirsi fresche cascate d’acqua sonora e zampilli d’acqua e alberi verdi e frondosi e parole d’amore un amore Supremo ai disgustosi cicalii del meccanico, forieri di sventura dietro l’apparente idiota allegria dei motivetti). Per un mese impostò questo programma:

- Einstein on the beach di Philip Glass (doveva combattere l’impigrimento mentale e la rassegnazione)

- My favorite things di Trane (di cui già s’è detto)

- Seven steps to Heaven di Miles Davis (una possibile strada per il Paradiso)

- Il K581, quintetto in La maggiore di W. A. Mozart (contro malinconia e demenza senile, contrastava fors’anche i fastidiosi disturbi da menopausa. Occorre dire che, sebbene Oli non apprezzasse particolarmente Mozart, tuttavia si era risolto al suo uso ritenendolo facilmente comprensibile per via dell’orecchiabilità).

Inoltre uno schermo Tv in certi giorni emetteva ricorsivamente il pezzo cantato da Joni Mitchell nell’Ultimo Valzer di Martin Scorsese. Inizia il secondo tempo, uno grida -Signore e signori, Joni Mitchell!-. Lei sale sul palco, si inchina con dignità, bacia uno dei due cantanti della Band, si riveste di chitarra e canta. Quando finisce saluta brevemente e torna a casa. Perfetta.

Nel corso della campagna sonora i clienti entravano mostrando timorosi il capino come galline fuori dal pollaio. Salutavano compunti e sembravano più lieti. Notò persino sorrisi di tipo nuovo, non quelli soliti e artificiali, ma quasi vivi con barlumi di intelligenza.

Un effetto secondario fu questo: tutti presero a parlare a voce bassa, eccettuata Sha che continuava a non capire le richieste da dietro il bancone. Una volta aveva cercato di dirgli che forse...il volume e la...posizione delle casse...si poteva spostare qua e abbassare là...

Oli la liquidava con una battuta e quella liquefatta non toccava più l’argomento se non con gli occhi, quand’era ben sola, che levava ratti al cielo (al soffitto) accompagnando l’atto con pensieri segreti come una terrorista.

Nel corso del tempo affinava il programma impostando sul CD questa serie:

- Introduzione con il 4° concerto Brandeburghese di J. S. Bach

- The Grand Wazoo, di Frank Zappa

- Before and After Science, di Brian Eno

- Pithecanthropus Erectus, di Ch. Mingus (Diffuso all’esterno a contrastare l’alto volume delle radio-Wastefield).

- Fifth, dei Soft Machine

- Third, dei Soft Machine (in ore serali).

Il programma veniva alternato con l’altro di cui già si è detto.

Ascolta ora l’evento. Oli dietro l’ingresso del Minimarket spia con le orecchie Wastefield. Un cliente sbussolato appena sconvolto dalle note di Zappa esce di fretta dimenticando scottex, scatoletta gatto etc. Dall’officina proviene alto tra risate l’annuncio che il paese è sull’orlo della guerra civile. Il meccanico chino su un motore rauco parlotta con uomini secchi sormontati da crani radi e canuti. Musichetta dance li spinge a muovere le anche andando verso il buio in fondo all’officina. Dall’ombra lampi bianchi dimostrano che costoro mentre parlano guardano verso il Minimarket, forse alludono a Oli. Perchè?

Ore 19.30, Sha è andata a casa. Oli alza il volume esterno emettendo Passione di San Matteo BWV 244 a 60 W circa. La signora Wast. affaccia alla finestra e parla col marito. Passa un’auto di polizia urbana, Oli istintivamente vorrebbe correre verso di loro, poi ricorda di odiarli per le sosta vietate inflittegli come ferite (peggio) e per la loro incivile capacità di fregarsene quando c’è gente che sorpassa o corre troppo o troppo poco. Così rimane solo, con un accenno di inquietudine. Il meccanico viene verso di lui. Oli rifugia dietro la cassa. Spinge quello la porta, entra. Fa il giro degli scaffali, borbotta, afferra qualcosa, arriva all’uscita con una scatola di cibo per cani in mano. Suda e puzza. Gli dice: Costa 1 e 50. Sì lo so, risponde. ...Bella musica, mica come la nostra, eh? La metto per i miei clienti. Quello ride, esce.

Settimane seguenti nel paese succede cosa straordinaria. Comune aumenta a dismisura le tasse sui Rifiuti solidi urbani, cittadini disperati non vorrebbero pagare, ognuno si lamenta come può nel segreto della casa, invece Wastefield

-quel disgraziato- raccoglie firme in favore del Comune, così annuncia Peonia, cliente preferita di Oli, solida donna di estrazione popolare. Oli risponde: Odio i gabellieri soprattutto se abitano nel palazzo di fronte, poi arrossendo porge alla Spett.le clientela il Quartetto per archi in sol minore op. 10 di C. Debussy.

Per fortuna passando i giorni sembra che il profilo fisico, umorale e persino morale degli acquirenti stia cambiando. Formano piccoli gruppi agli angoli dei corridoi del Market e soprattutto ristagnano, cosa sommamente gradevole per Oli: qualcuno infatti sembrerebbe ascoltare.

È il momento di passare a nuovi temi: Fable of Faubus e altre composizioni di Mingus, Archie Shepp e Ornette Coleman, ottimo l’ultimo in ambiente commerciale. Anche pezzi rock, in particolare uno che ama molto, di Nico.

Senza variazioni mattina segue mattino finchè Peonia non si ferma alla cassa, accompagnata da un vecchietto dall’aria mite e dagli occhiali dorati.

-Ho ascoltato giorni fa qualcosa a proposito di Stravinskij, L’Uccello di fuoco, credo. Un programma multimediale... Mio marito non ha saputo dirmi niente. Anzi ha riso a quel titolo, diceva ch’era materiale pornografico. Invece il signore qui... un mio vicino... -Cenno di intesa col capo-... aveva il disco, un vecchissimo disco in plastica nera, che non può più ascoltare, perchè ha rotto l’apparecchio... Ed ecco -noi- ...vorremmo che lei mettesse un disco di Stravinskij, se possibile. Ci piacerebbe sentirlo-. L’altro faceva sì con la testa di neve...

Oli vide un raggio di sole filtrare tra le case e li omaggiò di un cestino di fragole. Il giorno dopo programmò tutta l’opera del russo diretta dallo stesso autore.

I clienti continuavano ad aumentare, ma nel contempo cresceva pure la segreta attività nell’officina di Wastefield. Cosa grave! Uno stuolo di giovinastri faceva da costui la fila per impiantare/modificare/upgradare il car hi-fi; gridavano costoro e guardavano verso il minimarket con aria di sfida, lanciandogli contro centinaia di watt, decibel e canzoni sguaiate. Una in particolare lo fece soffrire, era antichissima e avea titolo Yeeeeeeeh!!!. Il testo suonava così: Yeeeeeah! I tuoi occhi sono fari abbaglianti/ io ci sono davanti, sì! Yeeeeah! / Le tue labbra sono un grosso richiamo per me che ti amo/ Certo! Yeeeeah! etc. Oli, che era uscito un attimo per ritirare la posta, colpito a tradimento dalla raffica, pose le mani ai lati del capo e barcollò. Per fortuna il nome dell’autore -Mal- testimoniava i sordidi effetti della canzone.

Rientrato all’interno del market Oli reagì con ferocissimi rap e con la colonna sonora di The Moderns di Mark Isham a mostrare che non aveva paura e che sapeva essere più contemporaneo dei nemici. Ma intanto nei giorni seguenti anche un assessore prese a frequentare l’officina e brandiva come arma uno squallido quotidiano sportivo percuotendo l’aria con esso come ad afferrare invisibili mosche.

Uno di quei giorni. Ore 11 a.m. Gruppo di clienti pilotato da Peonia a Oli dice Ehi! non si può fare proprio niente contro questa nuova tassa sulla spazzatura? Oli inserisce nel CD Follow me, di Ellington e tutti aprono la porta, escono nel cortile, attraversano cantando spiritual e Remember Rockfeller in Attica, verso Wastefield. Le truppe nemiche ridono mentre cantano tu ru ru tu ru ruuu tu ru ru tu ru ruuu... di un tal Ligabue.

Oli intona col portatile Devil blues e Psycho Killer (accusandoli di rovinare i giovani come nuovi orchi). Volano parole grosse tra Crazeology e varie pièces di Erik Satie contrastate da uno spot di ditta di Infissi per l’arredamento. Oli e i suoi riescono ad afferrare Waste e l’assessore, chiudendoli dentro un’auto. Cercano di sterminarli al suono di Magic moments di Burt Bacharach.

Purtroppo in capo a un’ora i giovinastri dei car hi fi fanno irruzione nel campo con l’aiuto della Polizia urbana. Grandine di colpi discomix sui volti delle massaie e dei pensionati clienti di Oli che cadono morenti al suono di Find the coast of freedom.

Dopo di che sull’asfalto polveroso torna il silenzio. Cittadini sordi dagli occhi ciechi, timidi mostrano il cranietto. Minimarket chiuso per anni due, poi rilevato dal peloso figlio dei Wastefield.

Tempo dopo Esattoria comunale in gran spolvero offre in memoria due minuti di silenzio per i fatti accaduti.

Postato da: PaolodellaSala a 22:56 | link | commenti |

LE NUVOLE SOLE

Due nuvole nel lago immerse

innamorarono del sole, con

lui fuggendo nelle stanze blu.

Di là svaporarono ombre di

latte sullo specchio verde.

Corse il lago a cercarle

finché congiunto a mare

lavò l’onda di luna con

        melanconica ricordanza.

Postato da: PaolodellaSala a 22:54 | link | commenti |

NOVE POESIE

1.

Ti amavo facilmente

quand'ero solo, finché

c'mon baby disse l'altro

ma eri inafferabile come un'immagine

avvolta d'impenetrabilità

anche per lui

Era difficile amare

amare vicino a te

Ricordavo il sapore della tua pelle

forse era vero era tutto vero

un bacio nella strada buia

poi ti ho inseguita

mentre correvi verso casa

per prendere a schiaffi la tua innocenza

sotto il mio sguardo severo

Ti ho cercata con gli occhi umidi

di un gatto nell'immondezzaio

avevi i colori tristi della sera

quando il tuo corpo cadeva nel buio

volevo raccontarti dei miei risvegli

la cenere dei sogni che persiste

come una nebbia nel mattino

Poi correvo con la bocca piena di parole

racconti da dire a te

e ho cercato di baciarti

poco alla volta

ma era tardi era troppo tardi

per sperare di turbarti

con un poco di me.

 

2.

TI DIREI ...

che questa notte ore 2, viaggiando

ho deciso di scrivere questa lettera

che cerca il fuoco là dove brucia

che ti aspetterò al centro dell'aurora

che La Bellezza sarà convulsa o non sarà

che ti parlerò per ore nelle notti lunari

di questo mese Aprile

piangendo

che io sono in un treno senza meta

e che in quel treno ci sei solo tu

che è il treno dei miei colori preferiti

sorridendo

che le tue labbra sono la porta da dove

escono i tuoi sogni

che quando tu parli io sono la notte

fatta per ascoltare

che aria che vento fresco primaverile

mette in fiore la mia anima

che nuvola che pioggia che sono io cambiando

continuamente forma nel vetro del cielo

ridendo

perché tu ci sei ed esisti

che sei un fiume nel deserto

che sei la vita rinchiusa in un volto di donna

volto fatto di sguardi intensi come petali

dicendo

che nel mio corpo c'è la tua fotografia

di ADDIO

 

3.

LETTERA

Forse mi troverai anomalo come il mare.

Un mare strano come quello di (...)

Ricordi l'appuntamento di giovedi sera ?

Pioveva. Io ero più noioso di un rompiscatole.

Tu eri più sfuggente di un ladro che ci sa fare.

La cena di giovedi. Stavamo insieme per pretesto

per guardarci i riflessi dei sogni negli occhi

per fare indigestione. Io e te.

La passeggiata di sabato nel parco.

C'era caldo, la città sembrava un villaggio di

eschimesi catapultato sulla superficie del sole.

Tra gli alberi ognuno afferra la propria ragazza.

Intelligentemente m'hai chiesto

d'accompagnarti alla stazione e

non m'hai voluto dire dove andavi.

Mentre il treno s'allontanava t'ho salutata

agitando una lacrima invece di un fazzoletto.

Pensavo che non saresti più tornata

ad occuparti dei miei sogni.

Se un sorriso diventa troppo presto un bacio

anzicché restare una carezza a distanza

come tra due statue nel prato, allora

l'abbraccio che segue è freddo come il marmo.

Poi la lettera di un anno fa...

-Love, io t'inseguo e dico:

ridammi il sorriso, e anche il bacio.

Niente finisce, tutto può trasformarsi

(secondo la termodinamica) -.

Venivo a trovarti in una casa strana: dal

tuo terrazzo si poteva saltare nella finestra del

palazzo di fronte.

Vivevi circondata da amiche che non c'erano mai.

Del nostro amore amavi dire che

non era come quell'altra volta a Verona

ma che si trattava comunque di una tragedia.

Sì, sono marcio come il mare di (...)

ma ti amo come uno spudorato di provincia.

Ti aspetto agli angoli dei marciapiedi della

tua nuova città. Con voglia di parlarti

e un mazzetto d'idee in mano.

Sono sempre più sorpreso per l'alluvione che

ci ha inondati. In quale mare ci trascinerà ?

il tuo aff.mo

Sig. Erroneus

 

4.

Romeo senza Giulietta

sciolgo le trecce al vento.

Nel balcone, di notte,

nel fumo una sigaretta ancora

si agita.

Brucerei i rampicanti che s'insinuano

tra me e te ma non

fuggirei mai di qui

innamorato dell'attesa sotto il balcone.

In fondo è solo per via della Tv spenta:

lei è vicino a me

sull'altro balcone

dall'altra parte della strada

e altri e altri si guardano come ombre morte.

Arràmpicati lungo i miei capelli,

la strada è vuota, nessuno vive più

qui sotto.

Vieni a baciarmi senza prendere l'ascensore.

Una sigaretta ancora...

 

5.

LA GIORNALAIA / ROHMER MOVIE

La tua silohuette,

Reinette nell'ora blu

all'alba quando tu

vai nella luce soffusa

morente della notte

all'edicola. Reinette:

ecco le belle luci

laggiù nella città

dove il megasogno si disfa

nell'ora del nostro lavoro

e allora per divertimento

dacci oggi il nostro giornale

quotidiano:

Il Resto del Carlino oppure

La Nazione a colazione

in un amen.

Ma ecco che il sole del lavoro

sorge nel cielo d'oro.

Ecco che arriva

l'ora di essere giuliva

e di tendere la mano ai

pargoli che l'afferrano

insieme a un giornale anonimo.

Prima di andare a scuola.

 

6.

Nel mare. Il frusciare notturno

della luna nel cielo.

Piccoli frammenti d'eternità stasera.

La luna di sale s'è sciolta nel mare.

Rosso sangue.

Il fascino impersonale del tempo

e

su onde radio che disperdono nell'aria

il suono delle voci in agguato dentro le barche.

Vicinolontano il fantasma dell'altro che

pensieri razionali non vanno più a cercare.

Nel mare. Lo stesso desiderio di pioggia

nel seno di un deserto.

Nuvole lontane bisbigliano di desiderio:

lentamente cercano colline da adornare.

Il corpo elettrico trema come una chitarra

Ma stasera non esiste suono e

il vento non trascina nulla.

Nel mare una parola dietro l'altra

scende sul fondo come un serpente morto.

E tu fruscia, luna. Fru.

 

7.

Furtivo come un cancro

l'occhio vigile del Gatto

si apre nella nebbia del cielo.

Uccelli neri tessono

fili di cotone nel tessuto del cielo.

La sera piange di dolore

spingendo avanti a fatica

container di uomini dal

dopolavoro.

Gli oggetti hanno vinto l'ultima guerra.

L'incendio del sepolcro

umano sembra ben domato

dalle voci bianche e suadenti

degli avvoltoi, dalle pubblicità

che attirano il pivello nel market.

Il passo felpato della varechina.

 

8. TU

Tu il mio Tao non sai cos’è

però ti piace il tè elusivo e acido

delle tue amiche allusive e rancide.

Hai nei neri sulla pelle: come leopardo sei e

nei tuoi occhi non gocce blu ma

burro di karitè c’è.

Sul green del golf eri bravissima, come

un videogame ricaricabile.

Ma sei stata imperdonabile quando

hai venduto la tua antica villa

occidentale per uno yacht bianco

non certo mitico.

Eppure ti trovo ancora bella

anche se

t-shirt dopo t-shirt con lavaggio rapido

risulti un poco sgretolata.

Per fortuna ti salva lo shampoo curativo

per pelo fragile

che ti rende un poco calva.

 

9. PIGRONIO

Notte. Pillole.

Sei ore a letto come una

buccia trasudante

finché la campana suonò

e cercai di raccogliermi in pattumiera.

Mattino. Arance.

Discesi dal letto come

Luigi XVI dal trono.

Ghigliottinai col gillette

il mio caro viso e poi

ancora più giù scesi

assieme a voi

sull’ascensore.

Sera. Mele Delizia.

Mi arresi sul letto come

un giovanotto di provincia.

Restaurai il mio bel viso

con crema all’aloe e girasole.

E mi dissi pronto a uscire con voi

sull’ascensore.

Postato da: PaolodellaSala a 22:53 | link | commenti |




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